Vita da universitari: la tonno-dipendenza e le pause-caffè.

La mia laurea risale all’ormai lontanissimo 2005. Chi di voi si è laureato in quegli anni sa che molte cose sono cambiate e che essere studenti oggi è completamente diverso da com’era tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Duemila. Per questo mi è venuta voglia di fare un tuffo nel passato, ed è con un po’ di nostalgia che scrivo qui quali erano le parti più importanti della vita dello/a studente/essa di quindici/vent’anni fa.

La mensa.

Come non mettere al primo posto la mensa universitaria? Io ricordo dei piatti di pasta al sugo davvero inquietanti: in genere si trattava di lumache o mezze penne che nuotavano in un liquido rossastro un po’ acquoso e abbastanza sinistro, che poco aveva a che fare con quello che siamo abituati a chiamare sugo. Seguivano poi i secondi. Bisognava scegliere tra tre opzioni, l’una più pericolosa dell’altra: la carne alla pizzaiola, galleggiante nel medesimo liquido con cui era stata condita la pasta; i wurstel bruciacchiati con vagonate di cipolle stufate come invitante contorno; il vitello tonnato, o almeno un fac-simile del vitello tonnato: una massa densa e biancastra al di sotto della quale nessuno sapeva cosa avrebbe trovato. In questi casi la scelta più sana era quella dei wurstel, tenendo presenti le conseguenze negative, ovvero qualche problemino di alitosi derivato dalla cipolla. A fine pasto si poteva scegliere tra mela, yogurt o budino Galbani: la parte più buona di tutto il pranzo. Si andava via portandosi lo yogurt e la rosetta, così la cena della sera era praticamente già pronta.

Il caffè.

Se all’epoca avessi saputo dell’esistenza del ginkgo biloba (ne parla Roberta nel suo blog salvastudente) forse mi sarei risparmiata un bel po’ di tachicardia e notti insonni.

Fatto sta che il caffè era sacro per noi studenti. Era il nostro Polase, il nostro Supradyn, il nostro spritz. Funzionavamo grazie unicamente al caffè. E, badate bene, non mi riferisco al semplice e banalissimo espresso del bar. Certo, c’era anche quello. Ma il nostro caffè preferito, quello che più ci dava la carica, era quello della moka. Ce lo preparavamo la mattina, mezzo addormentati, prima di cominciare a studiare per l’esame di turno. Intorno alle dieci e mezza bisognava assolutamente fare la pausa-studio: ce ne accorgevamo dal fatto che eravamo fermi da circa mezz’ora sulla stessa pagina, nel vano tentativo di leggere e memorizzare. Ogni tanto entravamo in una sorta di trance, ipnotizzati dalla vista dei panni stesi sul balcone di fronte o del vicino a petto nudo affacciato alla finestra intento a scaccolarsi. Sì, decisamente il caffè era necessario. Poi c’era il caffè del dopo-pranzo, e quello era davvero un affare serio. Si usciva dalla mensa -vedi punto 1- in cricca e si andava a turno a casa di uno dei presenti a bere il caffè. Si trattava di veri e propri eventi sociali di condivisione che potevano protrarsi per ore. Si entrava in questi appartamenti spesso bui, con cucine sgangherate e lavandini dell’ante-guerra, dove i coinquilini del nostro amico di turno stavano guardando Dragon Ball se maschi, Maria De Filippi se femmine. La televisione era microscopica, dotata di una antenna gigantesca posizionata in bilico su una mensola traballante: in genere era l’unico modo in cui si riusciva a vedere qualche canale. Si beveva il caffè tutti insieme e passava una buona oretta. Si andava via e molto spesso ci si recava a casa di qualcun altro, a bere il caffè della staffa. E lo stesso meccanismo poteva ripetersi per tutta la sera, finché non erano finiti gli amici e  le case e si doveva tornare alla proprio appartamento e alle proprie sudate carte.

Gli esami orali.

Per quanto mi riguarda, in sei anni di università ho dato solo uno scritto. Il resto degli esami l’ho sostenuto oralmente, cosa che mi procurava livelli di ansia incredibilmente alti. Ognuno di noi studenti reagiva come poteva a questo tipo di stato d’animo. C’era chi vomitava, chi diventava inappetente, chi piangeva, chi passava la notte insonne; personalmente, poco prima di uscire per andare a dare un esame facevo tantissima cacca, cosa stranissima considerato che sono stitica da una vita. Il destino aveva scelto: a me era toccata la cacca, che vi devo dire. Parliamo poi dell’esame: sedersi davanti al professore, tremare durante gli istanti eterni in cui aspettavi di sentire la prima domanda, quella decisiva. Se sapevi rispondere alla prima, ti riempivi di speranza e riuscivi a non entrare nel pallone. Se invece già il primo quesito ti metteva in difficoltà eri letteralmente nella merda, e scusate se la riporto nel discorso. Queste interrogazioni duravano anche più di mezz’ora, ed erano estenuanti. Domanda dopo domanda continuavi a chiederti: ma quando arriva l’ultima? No, perché poi a un certo punto ti veniva anche fame.

Poi la tortura finiva, certo e, a prescindere dall’esito dell’esame, la prima cosa che generalmente facevo era ri-fiondarmi in bagno per la cagata-del-sollievo, dopodiché tornavo alla consueta stitichezza che perdurava fino all’esame successivo.

Il tonno in scatola.

Insieme al caffè, il tonno in scatola era un elemento costante della vita di noi studenti. Quando non andavamo in mensa, il tonno era la nostra salvezza. Il nostro cavallo di battaglia in cucina? La pasta al tonno, inutile specificarlo. Ce n’erano tantissime varianti all’epoca: chi la faceva con aglio e origano; chi col classico soffritto di cipolla; e poi c’ero io, che essendo approssimativa, scolavo la pasta e ci rovesciavo sopra la scatoletta di tonno, così, diretta, senza nemmeno prendermi il disturbo di scolare l’olio in eccesso (per la cronaca lo faccio ancora, almeno una volta a settimana). Mia madre era convinta che vivessi di tonno, e in effetti aveva ragione. Il mio schema alimentare prevedeva pasta al tonno a pranzo -o in alternativa riso al posto della pasta- e insalata mista con tonno a cena. L’avrei mangiato anche a colazione se non fosse che di mattina preferisco il dolce. L’unica cosa che mi salvava da questa tonno-dipendenza era andare in mensa almeno tre o quattro volte a settimana, altrimenti credo che col tempo sarei diventata arancione e mi avrebbero tagliata con un grissino.

Il mio piccolo excursus termina qui. Chi come me è stato studente in quel periodo a cavallo tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del Duemila si ritroverà in un bel po’ di cose, ne sono sicura. Se avete voglia di aggiungere qualche elemento nuovo o suggerirmi facili ricette col tonno in scatola commentate liberamente, sono sempre aperta a nuovi orizzonti.

10 pensieri su “Vita da universitari: la tonno-dipendenza e le pause-caffè.

  1. Sono molto più “datata” e la mia vita da studentessa è stata ben peggiore per alcuni versi; ma li rimpiango perchè sono stati anche momenti magici. È bello potersi confrontare e trovare analogie o discordanze, è sempre bello ricordare e tramandare.

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    1. Anche per me è lo stesso: in generale però i ricordi belli superano quelli brutti! Col tempo poi si vedono le cose da altri punti di vista, diciamo meno “drammatici”; ammetto comunque di apprezzare ancora tantissimo il tonno, anche se non lo mangio più con quella frequenza!

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  2. Mi hai fatto ripensare ai miei pranzi in mensa dell’Università, erano veramente buoni, c’era sempre l’imbarazzo della scelta tra tanti piatti e, con le mie amiche, spesso bevevamo anche il vino rosso. Inutile dire come rientravamo alla lezione delle 14.00 😁

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