“Il vino buono ci rende migliori”: la storia di Gregorio Galli, produttore per passione.

Per Gregorio Galli, “camminare tra i filari con le forbici in mano e conoscere ogni vite “personalmente” è la parte più appagante del suo lavoro. La sua è la storia di una passione, nata in famiglia e sviluppatasi col tempo: quella per il vino. Una storia caratterizzata da studi, esperienze, errori, sacrifici e soprattutto tanto, tanto lavoro. Ma ne vale la pena, perché, come dichiara Gregorio, “il vino BUONO aiuta a combattere i mali dell’anima e credo possa dare un contributo non irrilevante per farci diventare tutti un po’ migliori.”
Come è nata la sua passione per il vino?

Sono cresciuto in una casa dove il vino era una presenza scontata e una parte integrante dei pasti di ogni giorno, e non particolarmente carico di significati “filosofici”. La mia famiglia in passato produceva grandi quantità di vino, ma dagli anni ‘60 i terreni erano stati convertiti all’agricoltura intensiva: mais, tabacco e grano a discapito dei vigneti e dei frutteti.
Personalmente ho iniziato a interessarmi del vino e della sua produzione in modo esclusivo e “professionale” dal 2006, appassionandomi prima a tutto quello che è la “magia” enologica, la sua parte scientifica, ciò che riguarda la ricerca di profumi e soluzioni pratiche in cantina e, non ultima, la parte divertente di parlare con le persone e di vendere il vino. C’ è voluto tanto, tantissimo studio, corsi, errori costosi, esperienza in campo e (moltissimo) ascolto delle esperienze degli altri produttori. Adesso gioco e lavoro tra vigna e cantina nelle nostre due aziende: a Palazzo di Piero con il Sangiovese e a Cavaglioni con Trebbiano e altre uve bianche autoctone.”

 

Cosa si intende per “vino naturale”?


“Si potrebbe rispondere alla domanda come fa vinNatur (associazione di produttori di cui peraltro non faccio parte), con un disciplinare piuttosto preciso (si trova sul sito www.vinnatur.it), che io condivido quasi del tutto, ma che ritengo manchi di una parte conclusiva: quella sulle qualità del risultato finale. Ma su questo dirò dopo.

Per me l’espressione “vino naturale” indica un’aspirazione, una ricerca di semplificazione, di essenzialità nei gesti e nelle operazioni di cantina.
È la doverosa continuazione enologica di una viticoltura veramente biologica, che aspira a ricostruire equilibri distrutti dal ricorso ad un’agricoltura di soli mezzi chimici e meccanici, che ha danneggiato gli equilibri biologici e la biodiversità negli scorsi decenni.
Ci sono molte cose di cui un’enologia “artigianale” può fare a meno, che sono ritenute irrinunciabili dai tecnici formati con una prospettiva industriale, presso le nostre università e nelle nostre grandi aziende: è partendo da questa consapevolezza che si può pian piano sfrondare il proprio modo di fare vino, fino ad arrivare all’essenziale, a qualcosa che si avvicina quanto più possibile ad un’idea, a una sensazione di naturalità.
In questo non c’è nessuna casualità. Vino naturale non significa vino che si fa da solo, anzi. Un’uva sana, ottenuta senza eccessi nei trattamenti, trattata con attenzione, in un ambiente igienico e salubre, con attrezzature anche semplici ma ben tenute, darà luogo a un vino resistente agli attacchi batterici, alle ossidazioni e capace di giocarsela più che bene nel confronto con vini ottenuti in altro modo.
Ovviamente questo comporta un lavoro davvero artigianale, differenze anche profonde da anno ad anno ed eventualmente annate in cui un certo vino non lo si potrà proprio produrre. Si deve accettare che, in certi casi estremi, l’unica soluzione sia gettare via il vino. L’enologia convenzionale – anche biologica – questo non lo può accettare e ciò è comprensibile, dal punto di vista imprenditoriale. Qui sta la differenza vera.
Per questo sono inaccettabili i vini naturali difettati, sporchi e puzzolenti. La messa in commercio di vini con questo genere di problemi indica scarsa capacità oppure disonestà. Un vino naturale tenuto in una botte di legno contaminata sarà un vino contaminato, così come lo sarebbe un vino convenzionale. Quel vino non può essere trattato chimicamente, nel nostro caso. Quindi l’unica strada è la distilleria (in fogna non lo possiamo gettare per legge) e anche la botte dovrà essere buttata via. Non ci sono alternative. Imbottigliarlo e venderlo rovinerebbe la reputazione di tutti i produttori naturali, anche di quelli che lavorano con serietà.”
Come mai, secondo lei, il dibattito sull’argomento è così acceso?


Il dibattito è vitale e benvenuto. Dovrebbe aiutare a capire, se fosse condotto civilmente e razionalmente.
Si discute in modo così animato intorno ai vini naturali perché c’è sempre qualcuno che vuole insegnare agli altri senza capire lui per primo. È un fenomeno antico, che oggi si diffonde sempre di più grazie ai social media: gli ignoranti pontificano, gli esperti si fanno venire dubbi. Oggi i mezzi di comunicazione danno agio a tutti di interpretare il ruolo dell’esperto del nulla.
La polemica stuzzica certe persone e chi si sente attaccato si difende, non sempre con intelligenza e moderazione, alimentando il gusto per le discussioni sterili nei “troll” che imperversano in Rete.
Quando si parla di naturale si animano quelli pro e quelli contro, come se il punto non fosse la realizzazione di un prodotto piacevole, anche strano e particolare, ma sempre solo e soltanto BUONO. Lasciamo parlare il vino.
Quali sono i vini di punta delle sue aziende?


“Il vino principe di Palazzo di Piero è il Purneia, sangiovese in purezza che, dopo una fermentazione attivata col metodo che io chiamo tra me “governo” sta almeno un paio di mesi a macerare sulle bucce. Poi facciamo un rosato, sempre di sangiovese, il Mustiola, e da questo stiamo ricavando il nostro primo spumante, Anicisa. La bollicina “naturale” è affascinante e buonissima, ma anche assai difficile.
Nell’altra mia azienda, Cavaglioni, inizieremo quest’anno a produrre vini bianchi, sia fermi sia spumanti, con la consapevolezza che i bianchi naturali sono assai più difficili da far bene rispetto ai rossi.”
purneia_bottigliaCosa spera di comunicare alle persone che acquistano i suoi vini?


Il vino deve essere godimento. Se la sua particolarità colpisce e si fissa nella memoria, come talvolta capita, benissimo, ma sempre e comunque dovrà essere piacevole. Il gusto è soggettivo? Forse sì, ma entro certi limiti. Io cerco di comunicare il sapore e il profumo del prodotto di una terra che sta risorgendo dopo decenni di agricoltura convenzionale.”
Mustiola
Il suo lavoro è stato importante per aiutarla a raggiungere la realizzazione personale?

Io sono il mio lavoro. Per distrarmi a parte la lettura, lo studio e il pugilato, che sono le mie passioni vecchie e nuove, mi sono dato alla vita associativa. Faccio attivamente parte  della FIVI, la Federazione Italiana dei Vignaioli Indipendenti, e il tempo che non dedico alle mie aziende e alla mia famiglia lo dedico all’Associazione (particolarmente alla neonata sezione regionale, FIVI Toscana).”
Quali sono i suoi obiettivi per il futuro?


Voglio lasciare a mio figlio una terra ben coltivata e dei vini che gli servano da base per fare meglio di quel che faccio e farò io.
Non c’è limite a quanto possiamo crescere, come italiani, se inizieremo a combattere in noi stessi (e negli altri) vizi endemici come la faziosità e la fierezza per l’ignoranza e per la fannulloneria.”
Per ulteriori informazioni sui vini prodotti dalle aziende di Gregorio Galli, potete visitare le seguenti pagine:

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