L’incredibile tragicità e l’inaudita violenza dei cartoni animati anni ’80

Io ho un debole per i cartoni animati anni ’80, inutile negarlo; in particolare stravedo per gli anime giapponesi, che mi hanno accompagnata durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, causandomi non poche turbe mentali (ne ho diffusamente parlato in questo post). Pietre miliari dell’animazione come Candy Candy, Mila e Shiro, Holly e Benji, l‘Uomo Tigre e Mimi Ayuara hanno profondamente segnato la mia crescita, portandomi a credere che:

  • la pallavolo fosse uno sport violentissimo, in confronto al quale il rugby è robetta per bambini gracili di 5 anni
  • senza un procione per amico non sei nessuno
  • la sfiga è sempre dietro l’angolo. Sempre.

Le mie credenze derivavano dalle principali caratteristiche dei cartoni dell’epoca, che erano grossomodo 2, e si ripetevano costantemente, sia che i protagonisti fossero bionde fanciulle dagli occhi enormi e incredibilmente stellati, sia che si parlasse di una nazionale di calcio/pallavolo di giovanissimi.

Vediamo insieme quali sono questi 2 elementi fissi che si ripetevano puntualmente nelle storie degli anime made in Giappone.

1.La incredibile e devastante catena di sfighe che perseguita i protagonisti

State passando un periodo no? Vi sembra che ultimamente la sfortuna vi stia stalkerando?Il lavoro non va e la vostra situazione sentimentale è eccitante quanto quella di un tapiro?

Non temete!

Ripescate una bella puntatona di uno qualsiasi tra gli anime giapponesi e consolatevi! Improvvisamente la vita vi sorriderà di nuovo. Già, perché la sfiga è una costante delle tragicissime e catastrofiche esistenze dei beniamini della nostra fanciullezza.

Prendiamo per esempio la capostipite del genere: la dolce, candida, zuccherosa e insopportabile Candy.

A parte il fatto che già di per sè la sigla indispone:

Candy è poesia

Candy è l’armonia

Candy è simpatia…

…è zucchero filato

è curiosità

è un fiore delicato…

e l’elenco continua fino all’infinito e oltre.

Candy, facevi prima a dire cosa non sei. Poi, cioè. Capisco che tu possa essere poesia, fantasia, armonia eccetera eccetera ma…zucchero filato? Boh.

Ah, è una metafora. Affascinante.

E insomma, Candy è una povera orfanella (come del resto TUTTI i protagonisti dei cartoni animati anni ’80) amata e adorata da tutti per la sua incredibile gentilezza e bontà d’animo. La cosa più irritante di questo mieloso quadretto, oltre alla voce della doppiatrice italiana, è la pettinatura della ragazza: due code laterali della grandezza di due angurie di almeno 5 kg, cotonate a dovere e sostenute da stupidi fiocchi in diverse tonalità del rosa.

Candy_candy

La sfiga arriva ben presto a devastare la vita della giovane pulzella. Infatti, viene adottata dalla ricca famiglia dei Legan, della quale fanno parte Iriza e Neil, due adolescenti psicopatici e sadici a livelli inenarrabili. Questi trattano Candy come se fosse l’ultima delle sguattere, la umiliano in tutti i modi possibili e immaginabili, la bullizzano, la demoliscono psicologicamente e la fanno dormire nelle stalle.

Sì, esatto. Insieme ai cavalli.

Va beh.

Poi Candy viene ri-adottata da un’altra famiglia aristocratica della quale fa parte anche Anthony, il primo, biondo e zuccherosissimo amore di Candy. Tutto va a gonfie vele senonchè il ragazzo, durante una battuta di caccia, cade da cavallo nel bel mezzo di una radura arida e piatta di circa 5.000 ettari lungo la quale giace un’unica pietra. Anthony la prende in pieno.

Paranoia.

Le sfighe non sono mica finite qua.

Successivamente muore Steer, uno dei migliori amici di Candy; lei viene scacciata dal college; si innamora di Terence ma lui la lascia per stare con un’attrice (però continua a dichiarare di amare Candy, eh: la vecchia scusa del vorrei ma non posso l’ha inventata Terence, che credete); il malvagissimo Neil Legan inspiegabilmente si innamora di lei e vuole sposarla e il carissimo amico Albert viene colpito da amnesia, poi sparisce, poi ricompare.

In breve, una tragedia.

Il finale? Boh, mai visto. Non ho retto allo strazio. Saranno morti tutti e Candy si sarà finalmente fatta fare una messa in piega decente?

Chissà.

2. L’inaudita violenza subita dai protagonisti

La violenza violentissima è parte integrante delle trame degli anime giapponesi, in particolare di quelli che parlano di sport.

Vi ricordate gli allenamenti esagerati di Mimi Ayuara? Io personalmente sono rimasta traumatizzata dall’immagine delle catene ai polsi.

Mimi ayuara

Mimi, meno sport e più psicoterapia

Per non parlare poi degli schiaffoni che l’allenatore Daimon elargiva generosamente a Mila e alle altre sue allieve. In una delle puntate la povera Mila si presenta in ritardo agli allenamenti perché si è fratturata un braccio e BAAAMMMMM!

dAIMON

Ceffone potentissimo.

Motivo?

A detta di Daimon, le manate in pieno viso servivano a spronare le ragazze.

Metodo Montessori 2.0?

Vogliamo ricordare poi i combattimenti dell’Uomo Tigre, il sangue che scorreva a fiumi, la bava a bollicine che fuoriusciva dalle bocche dei lottatori ridotti al K.O, gli allenamenti degli atleti appesi per le caviglie ad un ponte sospeso in aria a 4000 metri dalla terraferma?

Bazzecole in confronto alle fatiche di Mark Lenders (Holly e Benji): spiaggia desolata, mare in tempesta, maremoto/tsunami nel pieno del suo corso e il cazzutissimo Mark, sorvegliato a vista dal simpatico allenatore, ha l’arduo compito di calciare il pallone e centrare nientemeno che un FALCO che svolazza casualmente nei paraggi.

Preferivo Rocky che rincorreva le galline.

Mah.

Poi col cavolo che facevo educazione fisica a scuola.

E pensare che i genitori allora ci proibivano di guardare i film di azione trasmessi dalla tv (perché eccessivamente violenti) ma, ehi, c’è la nuova puntata di Ken il Guerriero, vediamo subito a chi farà esplodere la testa questa volta!

Credo che il Trono di Spade si sia ispirato a moltissimi cartoni animati dell’epoca, anzi, ne sono certa.

Chiudo con una imbarazzante rivelazione.

Da piccola mi facevo fare da mia madre le trecce come Pollyanna.

Pollyanna

Patetica, vero?

E adesso beccatevi questa scena cult! Ciaone!

 

P.S. Per questo pezzo mi sono ispirata ai video di Stefano Piffer: se non li conoscete, andate a guardarli su You Tube! Sono favolosi.

 

 

4 pensieri su “L’incredibile tragicità e l’inaudita violenza dei cartoni animati anni ’80

  1. Io commento con la frase della sigla di Remì “Che compagnia, senza cena però che allegria!”, te lo immagini che allegria, a digiuno, sotto un ponte, con una scimmia e un cane?

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