Vi racconto cosa significa lavorare in un call center

Di lavori ne ho cambiati parecchi nel corso della mia esistenza, ma tra tutti l’impiego meno duraturo è stato senza ombra di dubbio quello al call center.

Se avete letto il libro della scrittrice Michela Murgia, intitolato Il mondo deve sapere, vi sarete già fatti un’idea di cosa significa lavorare con il telefono e soprattutto VENDERE al telefono.

Se non avete letto quel libro (ma fatelo, ve lo consiglio caldamente, vi strapperà più di una risata e altrettante riflessioni) e non avete mai avuto esperienza diretta di vendite telefoniche, beh, allora ve lo dico io:

è-un-lavoro-di-merda.

Bruttobruttobrutto.

Aggiungiamoci il fatto che la sottoscritta è pericolosamente tendente all’asocialità, inizia a parlare prevalentemente dopo mezzogiorno, e solo se è costretta, e quando entra in un negozio vorrebbe trucidare le commesse che si offrono di aiutarla a svolgere i suoi acquisti.

cosa-significa-lavorare-in-un-call-center.gif

Capite benissimo che sono la persona meno adatta a proporre interessanti consigli per gli acquisti a perfetti sconosciuti. Al telefono, per giunta.

Ma bando alle ciance: ora vi racconto come sono finita a lavorare all’infern…ehm, in un call center e cosa ha significato quell’esperienza per me.

Correva l’anno…e qui ho qualche leggero problema di memoria. Se non ricordo male avevo all’epoca circa 26 anni (un minuto di silenzio per riflettere su quanto mi sento anziana adesso che sto per compierne 38 e sul fatto che siamo quasi a Natale. Di nuovo.), mi ero appena laureata in Lettere Classiche -laurea utilissima per un call center, quando ti mandano affanculo puoi sempre metterti a parlare latino o greco antico- e stavo disperatamente cercando un lavoro.

Allora ancora non sapevo nulla di call center, vendite telefoniche e compagnia bella; sapevo soltanto che, dopo 6 anni di università e libri, volevo cominciare ad entrare nel misterioso mondo del lavoro e possibilmente guadagnare qualche soldo.

Avevo trovato una impressionante valanga di annunci relativi alla ricerca di “collaboratori per semplice lavoro al telefono” e “camerieri per risto-pub nel centro”.

Tra il fare la cameriera in un risto-pub (che già solo la parola risto-pub mi faceva girare le scatole, non so perché) e il semplice lavoro al telefono, la 26ienne approssimativa ovviamente aveva scelto la seconda che ho detto.

Il colloquio

Mi ero presentata in questo ufficetto luminoso e dai colori pastello, insieme ad una decina di altri ragazzi e ragazze grossomodo della mia età. Al nostro cospetto si era materializzato questo giovanotto alto, belloccio e dalla voce flautata che si chiamava come il personaggio di un fotoromanzo, Sebastian. Sebastian ci aveva spiegato che il lavoro era fa-ci-lis-si-mo, e che tutti quanti avremmo guadagnato tanti tanti soldi, a patto che avessimo seguito per filo e per segno le sue direttive.

Tali direttive erano state riassunte e stampate in un foglio di carta, che altro non era se non un vero e proprio copione, da recitare come un mantra, stando ben attenti a non cambiare nemmeno una virgola (e su questo punto Sebastian era stato diciamo inflessibile).

Si trattava in sostanza di chiamare la gente a casa e proporre un nuovo, convenientissimo contratto per il telefono fisso, abbandonando la fidata Telecom e soprattutto l’odiato canone, per abbonarsi a Tele Tu.

Seeee, seeee, esatto, proprio quella: Tele Tu, perché pagare di più?

Non avete idea di quanto gli amici mi prendessero per il culo, quando dicevo di lavorare per Tele Tu. Se non siete anziane come me o non ricordate di cosa parlo, vi rinfresco la memoria:

Ecco.

Purtroppo ora non ricordo il copione che ci aveva assegnato Sebastian, ma recitava più o meno così:

Buongiorno, parlo con la signora Bianchi? Signora Bianchi la sto contattando perché da questo momento potrà smettere di pagare il canone della Telecom e spendere soltanto 19 euro al mese. VA BENE? Basterà semplicemente rispondere a qualche domanda e già da domani potrà cominciare a risparmiare, VA BENE? Allora procediamo subito VA BENE?

Una roba del genere. Secondo la geniale teoria di Sebastiano (scusate ma lo voglio chiamare così perché immagino lo farebbe incazzare parecchio) il VA BENE, che attenzione, doveva essere detto con convinzione, e più precisamente URLATO, anzi, tutta la telefonata andava fatta URLANDO, era una specie di parolina magica che tipo ipnotizzava l’ascoltatore dall’altro lato della cornetta e lo rendeva un perfetto deficiente in tempo zero.

Della serie: adesso ti taglio i capelli a zero, ti prendo a calci nel sedere poi ti butto dalla finestra, VA BENE?

Boh. A me sfuggiva qualcosa evidentemente, perché io, se avessi ricevuto la telefonata di uno sconosciuto che:

A)urlava come un ossesso

B)diceva VA BENE lo stesso numero di volte che un bambino piccolo dice mamma quando cade e si fa male

avrei risposto: no che non va bene, non va bene per niente. E comunque perché sta gridando?

cosa-significa-lavorare-in-un-call-center.gif

Un mese di call center

Il giorno dopo, un tantino incerta, avevo cominciato a lavorare. A ognuno di noi era stato assegnato un malloppo di cartoncini chiamati “anagrafiche”, nel quale erano segnati nome, cognome e numero di telefono del malcapitato che avremmo dovuto chiamare. L’ideale sarebbe stato quello di stipulare, in circa sei ore al giorno,  almeno 4 contratti, in modo tale da raggiungere uno stipendio di più di 1000 euro. Il fisso era una miseria, forse 200-300 euro al mese, non ricordo, ma Sebastiano aveva detto che se avessimo recitato a memoria il suo capolavoro saremmo riusciti a fare anche 10 contratti al giorno.

L’importante era che dicessimo sempre, sempre e sempre “Va bene”; non “d’accordo”, non “ok”, non “si, dai che lo so che vuoi risparmiare”: va-bene. Questa cosa ce la ripetevano fino alla nausea.

Dopo una settimana di call center, che ve lo dico a fare, volevo dare fuoco a tutti i telefoni del mondo e se per sbaglio sentivo un “Va bene” al di fuori dal lavoro mi salivano gli istinti omicidi.

E poi: 4 contratti al giorno? Ma sul serio? Se riuscivo a farne uno stappavo champagne per un mese, altro che 4! Certo, c’erano dei colleghi che, non si capisce come, collezionavano anche 6 o 7 chiamate fortunate per turno; ancora non me lo spiego: Sebastiano diceva che succedeva grazie al loro tono di voce felice e il “va bene” pronunciato con maggiore convinzione rispetto a quella che ci mettevo io.

E come dargli torto? Sarei stata più convinta se avessi chiamato per vendere pacchetti di concime per l’orto.

Poi, se per disgrazia durante una vendita non andata a buon fine ti era scappato un “D’accordo” al posto del maledettissimo “Va bene” apriti cielo. Sebastiano ti frantumava i maroni dicendoti che il va bene era fon-da-ment-ta-le, va bene? Altrimenti poi non vendevi un cazzo, va bene? Quindi era tutta colpa tua, va bene?

Sebastiano, vaffanculo, va bene?

cosa-significa-lavorare-in-un-call-center

In tutto questo teatrino del “va bene” la parte più comica era data dai cognomi assurdi della gente che contattavamo al telefono. Tra l’altro un’ulteriore cosa importantissima, durante la telefonata, era ripetere spesso il cognome della persona con la quale stavamo parlando, tipo:

Ora procediamo signora Bianchi, va bene? Da questo momento lei non spenderà più per il canone signora Bianchi, va bene? Brava signora Bianchi, lei ha capito tutto della vita, va bene?

Al di là dei cognomi classici come Troia, ma scritto diversamente (Troja), Culetto, Chiappa eccetera (che sistematicamente scartavo, tanto sapevo benissimo che mi sarei messa a ridere), ricordo due casi particolari in cui non avevo potuto salvarmi, dato che per disattenzione avevo digitato il numero senza prima leggere il nome e il cognome di chi avrebbe risposto al telefono.

“Pronto, parlo con la signora CALLONA?”

Qui in Sardegna Callona in dialetto equivale a Cogliona, quindi insomma, non proprio un complimento. Oltretutto, nel momento esatto in cui io avevo pronunciato la parola callona, si era fatto il silenzio all’interno del call center. Tutti i colleghi si erano voltati verso di me e io ero ammutolita. Nel frattempo la signora Callona, dall’altro lato della cornetta, aspettava che io spiccicassi parola.

Eh niente, ero scoppiata a ridere e avevo riattaccato e arrivederci signora Callona, va bene?

Qualche giorno dopo afferro la cornetta, sento gli squilli dall’altra parte, una gradevole voce maschile risponde “Pronto?”; io abbasso lo sguardo sull’anagrafica e urlo:

“Buongiorno, parlo con il signor FELICE TERRIBILE?

Dopo aver finito di dire Terribile volevo morire. Un altro minuto di silenzio per capire come cazzo è possibile chiamare Felice un bambino che di cognome farà Terribile.

cosa-significa-lavorare-in-un-call-center.gif

Non va bene, non va bene per niente.

Va specificato che il signor Terribile non era stato terribile per niente, anzi; aveva accettato di passare a Tele Tu, ne era stato, come dire,  Felice.

Ehm, ok, basta battute terribili, va bene?

Eh insomma, la mia avventura al call center era durata meno di un mese, al termine del quale mi ero “licenziata” dicendo a Sebastiano che avrei preferito lavorare in un posto in cui non dovevo rompere i coglioni alla gente dalla mattina alla sera, urlando, per giunta.

Beh, le mie parole non erano state esattamente quelle, ma Sebastiano aveva capito benissimo, credo.

Quindi, gente, cosa significa lavorare in un call center?

  • gridare a squarciagola, come se la tipa di The ring ti stesse venendo incontro per abbracciarti
  • fingersi deficienti in modo da dire le cose più cretine del mondo possibilmente con la stessa convinzione di Wanna Marchi (però, attenzione, Va bene? non D’accordo!)
  • pensare a cose tristi tutto il tempo, onde evitare risate inopportune quando si cerca di vendere qualcosa alla signora Pompa

E voi avete mai fatto un’esperienza del genere? Se sì, raccontatemelo nei commenti, va bene?

Un caro saluto a Sebastiano!

E ricordate: Tele Tu, chi risparmia sei tu!

 

 

 

 

15 pensieri su “Vi racconto cosa significa lavorare in un call center

  1. Ho iniziato la mia “carriera” da bancaria passando dal call center a spiegare ai clienti che le carte di credito rateali hanno un tasso di interesse, che se il bancomat dà i soldi poi vanno restituiti e che sì, era davvero tutto scritto sul contratto, gliene mando una copia, ma prima di chiedermi l’aumento del fido deve pagare le rate. Poi per fortuna hanno esternalizzato tutto e la signora Rosa Culetto è passata a parlare con altri sfigati con uno stipendio più basso :/

    Piace a 1 persona

  2. Per un attimo ho avuto una visione di te con lo sguardo alla Vanna Marchi che urlava “va bene?” al posto di “DaaCCorddo?” e mi è scappata la risata compulsiva. Torno seria: non ho mai lavorato in un call center e ahimè sono anche una di quelle che cerca di dialogare quando chiamano ma a volte metto anche giù senza rispondere … almeno quando sono seduta sul ….

    Piace a 1 persona

  3. Come sempre mi hai fatto ridere a crepapelle… anche perché non solo mi sono immedesimata nella situazione, ma perché – manco a dirlo – ho due casi analoghi.
    Durante il mio primo anno di lavoro, in azienda ero nell’ufficio con il commerciale e ogni tanto capitava che aiutassi i colleghi a fare qualche telefonate. Ecco, tra i clienti ne avevano uno con un cognome che era tutto un programma, impronunciabile. E, ovviamente, i colleghi si divertivano a chiedere ai neo assunti di fare per loro la telefonata al Rag. Sporcaccione…. !!!
    Per quanto riguarda, invece, Felice beh… in zona abbiamo un traslocatore che si chiama Schiavo Felice…. giuro!!!

    Piace a 2 people

  4. Leggendo, oltre a ridere, pensavo a “Dannazione” di Chuck Palahniuk. Se non l’hai letto te lo consiglio insieme a tutti gli altri suoi romanzi, è il mio idolo. Va bene?
    Comunque in questo, ambientato all’inferno, il call-center è una delle forme di punizioni per i dannati, oltre che per i vivi 🙂

    Mi piace

  5. Avendo un curriculum da paura (ho fatto i lavori più assurdi), il call center non poteva mancarmi. In un primo momento ne ho tirato fuori una crisi etica e la notte piangevo, poi mi hanno messo al back office e lì, anche se apparentemente sembrava un lavoro noioso, ho visto come funziona un’azienda e tutto il dietro le quinte.
    Certo, capire che grandi aziende di telefonia fissa e mobile basano i loro business sull’imbroglio non è stato molto incoraggiante, però mi ha aperto gli occhi.
    …E adesso, urla quanto vuoi! Non ti sento, va bene??? : D

    Piace a 1 persona

  6. Presente! Anch’io ho fatto la stessa esperienza e anch’io sono riuscita a durare appena un mese. Nel mio caso la solfa da ripetere era per Infostrada, ma insomma, siamo lì.
    Mi ritrovo in ogni parola. Anche nel mio caso c’erano veri e proprio imbonitori di folle che collezionavano contratti (e non si facevano scrupoli neppure se dall’altra parte c’era una vecchina che con un filo di voce…), mentre io, la maggior parte delle volte, venivo bollata con i peggiori epiteti dai simpatici mariti di ritorno dal lavoro in fabbrica (facevo il turno dalle 18 alle 21, orario ingrato!). Non ne ho per niente nostalgia, guarda. Credo di aver speso tutto il mio esiguo stipendio di quel tremendo mese in alcolici.

    Mi piace

  7. Io ci ho dedicato un blog al lavorare in un call center (fortunatamente opero in inbound) e posso capirti perfettamente perché nel lontano 2006 anch’io sono passato per il girone dantesco dell’outbound. Resistetti due mesi, poi quando venne fuori che dovevamo vendere dei pc fissi al posto dei molto più appetibili e convenienti pacchetti tariffari dell’allora Telecom mi alzai e salutai tutti in pieno briefing illustrativo. I mesi successivi furono fantastici: vincemmo un mondiale ed ebbi modo di terminare i miei esami universitari laureandomi. Peccato che la facoltà fosse Scienze Politiche e che il viatico intrapreso mi ha condotto dove sono oggi, ergo a spiegare fatture, attivare fibre ottiche ed indorare pillole che si chiamano manovre tariffarie (leggasi aumenti o mesi che improvvisamente diventano di 28 giorni).

    Mi piace

    1. Io invece dopo la magica esperienza che ho raccontato sono passata all’ altrettanto magico mondo della ristorazione, che comunque detesto, ma non quanto quello dei call center (outbound). Darò un’ occhiata al tuo blog, sono curiosissima!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.