La storia di Penelope, ovvero quando tuo marito torna a casa dopo 10 anni e dà la colpa alla sfiga

Beh, nella categoria “Amori approssimativi” non poteva certo mancare la storia di quella santa di Penelope e di quel grandissimo stronzo e marito fedifrago che si ritrovava: sì, Ulisse, sto parlando proprio di te. 

Qui lo dico e non lo nego: sei decisamente un personaggio sopravvalutato all’interno della letteratura. Tutti a vantare la tua furbizia, la tua intelligenza, la tua sete di conoscenza, e intanto nessuno dice che per tornare a Itaca ci hai messo un tempo esagerato (cioè, 10 anni! 10!) a causa sì di qualche naufragio, ma anche di qualche intermezzo pornografico.

Insomma Ulisse, tutti lì a magnificarti, e perché poi? Perché dopo un decennio di guerre e battaglie varie a Troia ti era venuta la brillante idea di costruire un cavallo di legno dentro il quale si sarebbero rinchiusi i guerrieri greci, i quali sarebbero poi spuntati fuori come uno spogliarellista dalla torta di compleanno una volta accolti all’interno delle mura della città.

Va precisato che recenti scoperte hanno messo in luce il fatto che in realtà non si trattasse di una statua di legno, bensì di un particolare modello di nave sormontata da una testa di cavallo e per l’appunto denominato hyppos (=cavallo in greco).

Cioè, cavallo un paio di palle! Era una nave!

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Va beh, ci tenevo a farvelo sapere perché dopo 5 anni di Liceo Classico e 7 anni di Lettere Classiche all’università, durante i quali vi assicuro che ci hanno frantumato ampiamente i maroni con Omero, Iliade e la storia del cavallo di Troia, questa cosa mi ha un po’ scombussolata.

Bene, scusate l’introduzione un po’ lunga ma era necessaria, giusto? Ora anche voi sapete la verità: nave, non cavallo! E un bell’applauso per l’incredibile idiozia dei Troiani che da un giorno all’altro, in pieno assetto di guerra, si son ritrovati una nave di legno davanti alle mura e hanno pensato:

“Toh, un dono divino! Portiamolo dentro!”

Se all’epoca fosse esistita Ikea i Troiani sarebbero impazziti.

Comunque, riprendo il filo che l’ho perso da un pezzo. Ripercorriamo quindi la storia di Ulisse e Penelope, ovvero quando tuo marito torna a casa dopo dieci anni e ha il coraggio di dare pure la colpa alla sfiga.

La vicenda ha inizio nel momento in cui, a guerra finita, i Greci ripartono in direzione delle proprie case. Ulisse era il re di un’isola, Itaca, nella quale aveva lasciato ad aspettarlo la fedelissima e pazientissima moglie Penelope e un figlio di nome Telemaco. Va detto a onor del vero che l'”eroe” in questione aveva fatto incazzare più di un dio (tipo Poseidone, quello che nel cartone di Pollon era un gigante palestrato e abbronzato) e che più di un dio gli aveva giurato vendetta.

E difatti. Appena partiti da Troia, e dopo una amena gitarella nella terra dei Ciconi alla ricerca di souvenir da riportare in patria (=invasione e conseguente saccheggio: simpatici questi greci!), arriva una bella tempesta, di quelle pesanti. Ulisse e i suoi compagni naufragano prima nella terra dei Lotofagi, dove si ingozzano di loto, un frutto che causa amnesia fulminante. Da qui riescono ad approdare in un’altra ridente isola, quella di Lachea, abitata da rassicuranti individui: i Ciclopi, giganti con un occhio solo.

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Evviva!

Tra i Ciclopi il più ospitale è senz’altro Polifemo, che per dare il benvenuto agli ospiti inaspettati ne seleziona due e li mangia. Ah, l’accoglienza lacheese non ha eguali.

Polifemo ci tiene talmente tanto ad intrattenere i suoi nuovi amici che li chiude dentro una caverna. Ulisse, un po’ a disagio perché dopo la storia del cavall..ehm, della nave a forma di cavallo è a corto di idee, decide intanto di far ubriacare il gigante; dopodiché gli dice di chiamarsi Nessuno, lo acceca con un palo e insieme ad i suoi compagni scappa, adottando lo stratagemma di aggrapparsi al ventre delle pecore per non essere visto dagli altri Ciclopi.

Poi si sa, questi ultimi chiedono a Polifemo chi cacchio lo ha accecato, lui risponde Nessuno e loro decidono di chiamare la neuro.

Ulisse, lo riconosco, Mc Gyver in confronto a te è un dilettante.

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Poi i nostri eroi incappano nella terra dei Lestrigoni, un altro popolo dalle singolari abitudini alimentari. Infatti infilzano tutti i compagni dell’eroe e se li magnano come spiedini.

Ma Ulisse, isole vegane non ce n’erano?

Va beh, procediamo.

Il nostro amico e i compagni sopravvissuti giungono in un’altra isola, quella abitata dalla maga Circe. Anche lei, ospitale come poche, stupisce i nuovi arrivati con un simpatico spettacolo di magia: infatti li trasforma in maiali. Ulisse scampa alla metamorfosi grazie ad un intruglio donatogli dal dio Ermes; convince Circe a ridare le sembianze umane ai neo-maiali poi, dato che ha tempo, tanto Penelope aspetta, rimane insieme alla maga per un intero anno, e non certo per parlare di trucchi di magia.

Alla fine i compagni lo convincono a ripartire (perché lui sarebbe rimasto, capito il bastardo?) e, dopo varie vicissitudini, tempeste, sirene, mostri eccetera eccetera, Ulisse, all’ennesimo naufragio, si ritrova l’unico sopravvissuto. Arriva in un’altra isola, Ogigia, e qui, mannaggia la sfiga, si imbatte nella bellissima ninfa Calipso, con la quale rimane a sollazzarsi, udite udite, la bellezza di sette anni.

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Ulisse, non so come si dice vaffanculo in greco antico ma consideralo detto. In confronto a te Enea era un gentiluomo (leggete qui).

Anche questa parentesi romantica finisce, e Ulisse, ricordandosi di avere una moglie, un figlio e un regno, riparte. Finalmente approda da un popolo non-amante-della-carne-umana, i Feaci, e dopo averli devastati col racconto delle sue “disgrazie”, questi, prima di sorbirsi altri polpettoni, lo accompagnano e scaricano velocemente a Itaca.

A Itaca c’è Penelope, che da dieci anni sta aspettando pazientemente il ritorno del marito. Nel frattempo è assediata di continuo dai Proci: questi aristocratici cafoni si sono stabilizzati a casa sua, pretendendo che la donna scelga tra loro un nuovo marito e sostenendo che Ulisse sia ormai morto e sepolto.

Penelope prende tempo, e dice ai Proci che deciderà chi sposare quando avrà terminato di tessere il sudario per il suocero. Peccato che ogni notte disfi il lavoro fatto durante il giorno, e questo giochetto lo manda avanti per dieci anni.

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Voglio dire: ma quanto erano cretini i Proci? Almeno quanto i Troiani, sicuro.

Insomma, arriviamo alla fine. Ulisse, giunto finalmente a Itaca, si traveste da mendicante (una trovata geniale, tipo Clark Kent che si mette gli occhiali quando non è Superman) e viene riconosciuto solo dal cane, Argo, che poveraccio, schiatta dalla gioia dopo averlo visto, e dalla nutrice Euriclea, che si accorge dell’inganno per via di una cicatrice sulla sua gamba.

Penelope invece non lo riconosce e anzi, gli chiede se ha notizie del marito.

Per palesarsi davanti a tutti Ulisse organizza una specie di gran gala: una bella cena insieme ai Proci durante la quale li infilza tutti con una scarica di frecce che nemmeno Legolas del Signore degli Anelli. Il tutto usando l’arco che solo lui sapeva tendere, quindi il travestimento viene svelato ma Penelope non ci crede, almeno inizialmente, e pretende prove più certe di un arco e una cicatrice.

E Ulisse che fa? Si offende pure! Cioè, manchi per dieci anni, dei quali 8 passati a conoscere biblicamente ninfe e maghe varie, poi torni e ti incazzi se tua moglie ha qualche dubbio?

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Va beh. I due coniugi infine si riabbracciano ma c’è una novità. Infatti Ulisse rivela alla moglie la sua prossima e imminente partenza, causa la profezia di un indovino secondo la quale dovrà solcare molti mari e visitare molte città fino ad arrivare in una terra sconosciuta; solo allora potrà far ritorno a Itaca per sempre.

Ulisse…ma vai a cagare, tu e le tue terre sconosciute!

Roba da matti.

Dubito tra l’altro che il nostro amico si sia premurato di raccontare alla moglie i particolari piccanti del suo viaggio.

Insomma, riepilogando, la storia di Ulisse e Penelope ci insegna che:

  • se fioccano troppe proposte di matrimonio e siamo indecise meglio imparare a cucire e sferruzzare, per prendere tempo.
  • le isole sono posti pericolosissimi
  • se tuo marito sparisce per dieci anni, non prendere ad esempio Penelope: fatti una vita!

E qui vi abbandono. Lasciatemi qualche commento e, se vi va, suggeritemi una storia d’amore approssimativa che vi piacerebbe raccontassi!

Ciaoooo, ci risentiamo tra dieci ann..no prima, dai.

A meno che un dio o un”ninfo” non mi tenga bloccata su un’isola. Hai visto mai.

 

3 pensieri su “La storia di Penelope, ovvero quando tuo marito torna a casa dopo 10 anni e dà la colpa alla sfiga

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