Sopravvivere al Natale da vera SIGNORA, grazie al pigiama, un libro e i nipoti

Per me il Natale=pigiama. E da qui non si scappa.

Ogni 24 dicembre verso le 11 del mattino prendo il pullman che parte da Cagliari in direzione del mio micro-paesello d’origine (pullman, esatto: non posseggo una macchina per ovvie ragioni). Dopo la bellezza di circa tre ore/tre ore e mezza arrivo in uno degli altrettanto piccoli paesi limitrofi al mio, ovvero Cardedu. Qui è in attesa mio padre, che guida fino a casa, dove mamma ha già apparecchiato la tavola, acceso stufa a gas e pompa di calore e preparato il letto con le lenzuola pulite rigorosamente FELPATE.

Già, perché mia madre soffre ancora di quella che io chiamo la “sindrome dell’omino Michelin”: ciò significa che se non ci vede imbacuccati fino al midollo, inesorabilmente pensa che abbiamo freddo, anzi, che stiamo MORENDO assiderati.

Quando io e i miei fratelli eravamo piccoli ci vestiva come se vivessimo in Groenlandia, e non in Sardegna (isola nota tra l’altro per gli inverni assai poco rigidi). Quindi non si usciva di casa se non indossavamo la maglia intima di lana con la scollatura bordata di pizzo per me e mia sorella, il collo alto per i miei due fratelli. Il tutto corredato da calzamaglia in lana dai colori sgargianti (in genere rosso Valentino), camicia in flanella, maglione anch’esso in lana, che ve lo dico a fare, e cappotto da battaglia. Ah, quasi dimenticavo: sciarpa, guanti e cappuccio calato sulla testa.

Sopravvivere al Natale

Incredibile che, così bardati, riuscissimo a muoverci. Un’armatura medioevale sarebbe stata più leggera.

Comunque.

Anche quest’anno dunque ho raggiunto Cardedu, e babbo mi stava aspettando fuori dalla sua fidata Seicento. Non appena scesa dal pullman gli ho chiesto:

Ma sei venuto da solo?

No, con la macchina.

Ah, ecco. Ora si capisce da chi ho preso il mio inimitabile sense of humour.

Dopo un quarto d’ora ho varcato la porta di casa affamata e assetatissima: infatti non bevevo un goccio d’acqua dalle otto del mattino, onde evitare di far fermare l’autista del pullman ogni mezz’ora e svuotare la vescica in aperta campagna.

Insomma, mi sono seduta a tavola con intenzioni bellicose, e ho subito cominciato a fagocitare carboidrati, tanti carboidrati. Preciso che i miei genitori ormai vivono soli da anni, eppure sono convinta del fatto che abbiano almeno dieci figli segreti, oppure che siano pagati dal governo per nutrire un esercito. Se apriste la dispensa dei miei non trovereste lo spazio per infilare nemmeno uno spillo. C’è di tutto: cartoni di latte in abbondanza, almeno 5 confezioni di scatolette di tonno, pelati a non finire, file ordinate di pacchi di zucchero e caffè, tre o quattro barattoli di miele, pasta riso eccetera eccetera. Tipo la dispensa di Masterchef, per intenderci:

Sopravvivere al Natale.jpg

Cioè, se la casa dei miei genitori fosse un bunker e scoppiasse all’improvviso una bomba atomica, loro sopravviverebbero per almeno un anno senza bisogno di ulteriori capatine al supermercato.

Se succede una cosa del genere io invece muoio subito. Compro le cose all’ultimo minuto, quando non posso più farne a meno, e ormai è risaputo che detesto cucinare, quindi rimando il momento della spesa il più possibile, finché non apro il frigo e sento l’eco. Allora mi decido (sempre che non mi preceda il mio fidanzato, e solitamente mi faccio precedere volentieri).

Dopo pranzo il cambio d’abito è stato immediato: jeans levatevi, maglione sparisci, pigiama vieni a me. E pigiama fu, e lo fu per due giorni di seguito.

Pigiama e divano, binomio indissolubile. Tra un carboidrato e l’altro ho infilato anche un romanzo, un thriller di una certa Nora Roberts che di sicuro è famosissima, ma non la conosco, dato che difficilmente leggo gialli: non mi piacciono più come un tempo. Fatto sta che questo libro è calzato a pennello, e ha fatto pan dan col pigiama e i carboidrati pomeridiani, seguiti a quelli del pranzo.

Tra una giravolta e l’altra sul divano ho anche avuto il tempo di guardare per la pluri-ennesima volta in tv “C’è posta per te”: un classico. Tom Hanks, Meg Ryan ai tempi d’oro, quelli in cui ancora non si era rovinata quel bellissimo visetto col botulino, New York sullo sfondo. Un po’ banale, ma sempre meglio di Fantaghirò, giusto?

Sopravvivere al Natale.jpg

Questo è successo il 24. Il giorno dopo la casa è stata invasa da mio fratello e dalla rispettiva consorte, accompagnati dalla inseparabile prole: i miei due nipoti; Elia e Febe, 7 anni il primo, 5 la seconda: praticamente due uragani.

Per giocare con loro mi sono dovuta schiodare dal divano. Ho gareggiato con le macchinine insieme a Elia, poi ho truccato Febe come una gattina, quindi ho fatto finta di guardare cartoni animati mentre in realtà leggevo quel libro di cui sopra, e nemmeno mi ricordo il titolo. Tutto questo sempre mangiando carboidrati, ma non c’è bisogno che lo specifichi, vero?

Il giorno successivo, che sarebbe ieri, dovevo ripartire con il pullman delle 15.40. Ergo, sciopero dell’acqua fin dal mattino ma carboidrati a volontà, come se non ci fosse un domani. Mi sono beccata pure un sentito rimprovero da parte dell’autista, che mi ha sgridata per non avergli fatto cenno di fermarsi con la mano.

Va beh, che precisino.

Sopravvivere al Natale.jpg

Al mio arrivo a Cagliari, con la vescica ancora vuota e la pancia ancora piena, sono scesa dal bus e mi sono avvicinata a recuperare la valigia carica di carboidrati congelati, generosamente elargiti dalla madre. Davanti al bagagliaio del pullman c’erano tipo quattro o cinque giovincelli sui 18 anni, che avevano trascorso il viaggio a canticchiare canzoni rap: beata gioventù. Io invece avevo dormito, per un’ora, con la bocca spalancata, sbavando, probabilmente.

Comunque uno di questi fanciulli a un certo punto mi ha guardata e mi ha detto:

Mi dica qual è la sua valigia, gliela prendo io SIGNORA!

Sopravvivere al Natale.jpg

La cosa buffa è che mi sono sentita ancora più SIGNORA dopo, quando ho ripensato alla gentilezza di quel ragazzo e avrei voluto raccontarlo alle mie amiche, come farebbe appunto una signora anziana:

Meno male che ho incontrato un giovane che mi ha aiutata ad attraversare

Una cosa del genere insomma.

Però è stato gentile.

Ok, la smetto di fare l’attempata.

Oggi è ricominciato il solito tran-tran: lavoro, mettere a posto casa, lavatrici, lavatrici, lavatrici e infine questo post, scritto rigorosamente in pigiama. E adesso vado pure a mangiarmi una fetta di panettone, da vera SIGNORA quale sono.

Beh, e a voi com’è andata? Se vi va, raccontatemelo nei commenti!

Vi lascio, care le mie SIGNORE, con un minaccioso interrogativo:

Cosa farete a Capodanno?

Io ve lo dico nei prossimi giorni. Nel frattempo ecco una testimonianza fotografica del Natale approssimativo, dove figuro io (quella a sinistra in pigiama, appunto), mia nipote Febe e mio padre. Il bianco e nero dovrebbe sfinare ma va beh, sorvoliamo.

Sopravvivere al Natale

Bye bye!

 

 

7 pensieri su “Sopravvivere al Natale da vera SIGNORA, grazie al pigiama, un libro e i nipoti

    1. L’ho tipo incenerito con lo sguardo, ho afferrato la valigia e digrignato uno stentatissimo “grazie”. Il bello è che stamattina, al lavoro (faccio la banconiera in un bar), un tizio, dopo aver pagato alla cassa la consumazione, mi ha guardata tutto sorridente e ha detto alla figlia: “Annina, saluta la SIGNORA!” Comincio a pensare si tratti di complotto.

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  1. La dispensa dei tuoi genitori è esattamente come quella dei miei. Quando vado a trovarli mi diverto ad aprire antine e frigo x vedere tutto quel cibo. Il frigo di casa nostra invece è sempre desolato… Tanto che mio marito a volte mi dice: “Vogliamo comprare qualcosa x fare compagnia alla lampadina che è rimasta sola???” Che macello!!🙈🙈🙈

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