Paolo e Francesca, la storia d’amore più corta della letteratura

Ahhhh, che bella la letteratura italiana!

Ahhhh, che bello quando un certo Dante Alighieri decise di buttare giù due righe e scrivere delle terzine su argomenti facili facili, proprio zen, tipo:

l’aldilà

l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso

Dio, la morte, la redenzione

Bellissimo poi quando le due righe si sono magicamente tramutate in tre cazzo di volumi praticamente ETERNI con i quali i professori ci hanno massacrato le palle durante tutti gli anni del liceo, e di seguito all’università (mi riferisco ai disgraziati amanti delle lettere che si sono disperatamente innamorati delle materie umanistiche, tanto da sceglierle anche dopo essersi sciroppati mattoni come Il Principe di quello sfigato di Machiavelli).

La Divina Commedia, perché, se non s’era capito, di quella sto parlando, è toccata a tutti, come la varicella, il morbillo, lo sciroppo al gusto di amarena e il cavolfiore bollito. Da Dante non si scappa, questa è una verità universale.

Un’altra verità universale è che Dante Alighieri o lo si ama o lo si detesta profondamente, fin nel midollo.

Nel mio caso, la seconda che ho detto. Potessi incontrarlo adesso gli direi: comunque anche meno. Già con “La Vita Nova” e la tua inesistente love story con Beatrice (ripassatela qui) ci avevi inondato di una pesantezza tale che in confronto una puntata di Settimo Cielo è divertente. Poi ti sei dovuto lanciare in questa cosa del viaggio nell’oltretomba che cioè…

MA PERCHE’.

Va beh, ormai sei morto, non puoi rispondere.

Però, tra tutti i mali, quello minore era senza dubbio rappresentato dall’Inferno.

Gente cattiva, mostri sbavanti, Dante che ogni tanto sviene, personaggi che lo insultano, lui che insulta altri personaggi, risse tra anime, lui che fa lo sborone nonostante sia accompagnato da un signor poeta come Virgilio e nonostante Beatrice gli abbia dato merda vita natural durante (e mi pare che continui a dargliela anche morte natural durante)…insomma, un po’ di movimento, via.

Nei limiti della figaggine letteraria, una figata.

Poi c’è il V canto, quello di Paolo e Francesca, la storia d’amore più corta della letteratura, perché poveracci, hanno fatto in tempo a malapena a pomiciare che subito li hanno beccati e miseramente puniti…dopodiché sono finiti all’Inferno.

Che stress.

Va beh, rivediamo un attimo la vicenda.

Dante e Virgilio arrivano nel secondo cerchio infernale, e qui s’imbattono in Minosse (per intenderci, quello che era stato tradito dalla moglie con un toro, esatto, non scherzo), il quale in pratica gestisce l’ufficio reception: le anime si avvicinano, gli dicono quali peccati hanno commesso e lui li spedisce dritti dritti al cerchio corrispondente al peccato confessato.

“Comecome? Ti piaceva ingolfarti di carboidrati? Tiè, vai nel terzo cerchio a rotolarti nel fango. E tu, tu eri troppo generoso? Pigliati il quarto cerchio e vai a spingere pietre.”

Una cosa del genere.

E niente, gli si parano davanti Dante e Virgilio e Minosse dice:

O tu che vieni al doloroso ospizio (…)

Guarda com’entri e di cui tu ti fide;

Non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!

E’l duca mio a lui: “Perché pur gride?”

Parafrasiamo un attimo.

Senti, novellino, stai attento a chi incontri e non dare troppo nell’occhio.

E Virgilio lo secca: “Sì, ma stai calmo. Anche meno”

Poi sempre Virgilio:

Non impedir lo suo fatale andare:

Vuolsi cosìcolà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.”

Ehhhhhhh?

Vuolsi così-colà-coooosa???

La solita pesantezza di Dante. Tanti paroloni per un concetto semplice semplice:

Minosse, si tratta di ordini dall’alto. E fatti i cazzi tuoi.

Natalino Sapegno mi perdonerà.

Zittito Minosse, i due proseguono la passeggiata. Nel secondo cerchio stanno i lussuriosi che, per il contrappasso, essendo stati vittime in vita di una bufera di passioni, all’Inferno si sorbiscono un’altra bufera. Di vento. Quel cazzo di contrappasso.

Virgilio indica a Dante un casino di gente famosa: Semiramide (chiii?), Elena di Troia (ok, la conosciamo), Cleopatra (anche lei, vecchia volpe), la povera Didone (quella sfanculata da Enea con la più banale delle scuse) eccetera eccetera.

A un certo punto l’Alighieri nota due anime che sembrano quasi volare all’interno della burrasca e le chiama gentilmente per interrogarle un po’.

Si tratta di Francesca da Rimini e Paolo Malatesta: lei era stata data in moglie al fratello di lui Gianciotto, e tra i cognati era poi nato l’amore. Ma detta così la storia non rende, sentiamo come la racconta Francesca a Dante:

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e’l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense.

In soldoni:

Io ero una strafiga, Paolo uno strafigo, ci siamo innamorati ma ci è andata di merda, perché poi ci hanno ammazzati. Fanculo che sfiga.

Dante rimane talmente colpito dalle parole della Fra che scoppia a piangere.

Ammazza l’empatia.

Tuttavia vuole saperne di più e tra una lacrima e l’altra chiede com’è che è scoccata la scintilla. Francesca non si fa pregare:

Noi leggiavamo un giorno per diletto 
di Lancialotto come amor lo strinse; 
soli eravamo e sanza alcun sospetto. 
       Per più fiate li occhi ci sospinse 
quella lettura, e scolorocci il viso; 
ma solo un punto fu quel che ci vinse. 
       Quando leggemmo il disiato riso 
esser basciato da cotanto amante, 
questi, che mai da me non fia diviso, 
      la bocca mi basciò tutto tremante. 
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: 
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Hai capito Paoletto. In pratica i due stavano leggendo un libro sulla storia di Lancillotto e Ginevra; gira una pagina gira l’altra, qualche occhiata complice, pallori sospetti ma nulla di che. Poi arrivano al punto in cui i protagonisti del romanzo si baciano: Paolo prende coraggio e salta addosso a Francesca.

Fine del pomeriggio letterario.

Il destino degli amanti è arci-noto: Gianciotto li cucca e li fa uccidere (certo che se reagissimo alle corna tutti come Gianciotto il mondo si ritroverebbe popolato da circa un totale di dieci persone, forse meno).

La parte più interessante del quinto canto in realtà è quella che viene dopo: difatti, una volta sentita tutta la triste vicenda, Dante sviene:

E caddi come corpo morto cade.

Ahhhhh. Amen. Ogni tanto un po’ di pace.

Ebbene, questa era la storia di Paolo e Francesca, la più corta delle letteratura, ma anche la più appassionata in effetti…forse dobbiamo leggere di più, magari in compagnia, e vedere un po’ se qualcuno ci bascia tutto tremante? O adottiamo un gatto?

Va beh, riflettiamoci.

Intanto mi preparo per la discotec…ah no, ho 38 anni e non ho voglia di ballare dal 2003.

Saluti, e d’ora in poi, se vi verranno rivolte domande indiscrete, replicate come farebbe Dante:

Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole,
e più non dimandare…

Farete un figurone.

 

 

 

 

 

 

10 pensieri su “Paolo e Francesca, la storia d’amore più corta della letteratura

  1. Io ammetto che amo l’Inferno dantesco, forse anche perché non ho mai trovato uno straccio.di professore che mi abbia fatto leggere gli altri due. Inferno 9volte…altri luoghi ultraterreni 0.

    La storia di Paolo e Francesca ammetto che la uso spesso con gli adolescenti per iniziare un percorso di lettura perché alla fine se lo.dice anche Dante che a leggere si trova l’amore chi siamo noi per contraddirlo?

    E se l’amore non arriva… almeno ci siamo lette un bel romanzo che si sà, gli uomini migliori si trovano lì😉

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