Piccolo grande amore: perché Raoul Bova che emerge dalle acque ha segnato la nostra adolescenza

Attenzione: questo post non è farina del mio sacco. Infatti mi è stato suggerito da Clara, una delle mie numerosissime fan.

Va beh, numerosissime non proprio, le possiamo contare sulle dita delle mani e dei piedi, però sono tutte cazzutissime, questo va precisato.

Comunque.

Facciamo un salto indietro nel tempo.

1993: spiaggia assolata, cielo celeste, mare azzurro. Una gnocca da paura, bionda, occhi chiari, fisico statuario, apre gli occhi dopo una notte passata a dormire sotto una specie di relitto di zattera. Ancora tutta assonnata, volge lo sguardo fatato verso l’oceano blu e per poco non le viene un infarto.

Musica di Madre Natura in sottofondo (alla fine le canzoni di Enya non sono servite solo alla colonna sonora del Signore degli Anelli). Dalle chiare, fresche et dolci acque emerge Poseidone in persona: un Adone, un ragazzo alto, abbronzato, moro e con gli occhi dello stesso colore del mare spunta dai flutti più leggiadro di un delfino, nuota come se stesse partecipando alle Olimpiadi, si raddriria in tutto il suo masculo splendore, scuote la testa spruzzando lievi goccioline d’acqua e con rapide falcate raggiunge l’arenile. Indi raccoglie un asciugamanino striminzito, lo scuote per togliere la sabbia in eccesso e riprende a correre.

Che poi non ho mai capito ‘sta cosa di uscire dall’acqua correndo, come facevano tutti quelli di Baywatch.

Cioè, relax, ragazzi, siete al mare. Dove cazzo correte?

Mica l’asciugamano scappa.

Beh, certo, le bagnine in effetti dovevano far ondeggiare le tette sotto il costume, e ora che ci penso dovrei valutare anche io l’idea di andare al Poetto (per chi non è sardo, trattasi della popolarissima e gettonatissima spiaggia cagliaritana), fare il bagno, venir fuori dall’acqua e galoppare verso il lettino, facendo ondeggiare tutto l’ondeggiabile. Cellulite compresa, ovviamente.

Se riuscissi a farlo senza inciampare o ritrovarmi sulle coordinate della pallina con la quale gli sportivi di turno stanno giocando a racchettoni sarebbe anche meglio.

Va beh, torniamo al film.

La protagonista assiste a questa scena da panico e per poco non le cadono le mascelle sulla sabbia da quanto comincia a sbavare. Insieme a lei sbaviamo anche noi, giovani pulzelle classe 1980 o giù di lì, in piena crisi ormonale e adolescenziale; noi povere disgraziate circondate da fac-simili di maschi affetti da acne irreversibile e futuri divulgatori del niente su Facebook.

Ebbene, per chi ancora non l’avesse capito il filmone in questione, il cult della nostra giovinezza, è Piccolo Grande Amore, regia di Carlo Vanzina, cast all’epoca ancora abbastanza dis-conosciuto: un manzo da competizione nel pieno delle sue possenti “doti recitative”, ovvero Raoul Bova, e una modella olandese che come attrice è quasi meno brava di Manuela Arcuri e Gabriel Garko messi insieme, ovvero Barbara Snellenburg.

Piccolo-grande-amore-film
Immagine tratta da Comingsoon.it

La trama è talmente banale che se mia nipote Febe, anni 6, avesse provato a riscriverla, il risultato sarebbe stato da Oscar.

Premetto che io del film conoscevo solo il trailer e la mitica scena di cui sopra, mea culpa: nel 1993 probabilmente guardavo ancora Occhi di Gatto e Holly e Benji. Onde per cui mi sono dovuta documentare, ma sorpresa sorpresa, quando ho digitato su You Tube “Piccolo grande amore film completo”, mi è apparsa questa roba di due ore e qualcosa in RUSSO.

Senza neanche uno straccio di sottotitolo.

Non essendo abbastanza motivata da fare ricerche più accurate, mi sono dovuta accontentare, e in ogni caso ho pensato che i dialoghi non dovessero vertere sui massimi sistemi di Galileo Galilei e fossero abbastanza intuibili.

Quindi mi sono sciroppata questo polpettone rigorosamente made in Italy fondamentalmente non capendoci un cazzo, anche perché la mono-espressività degli attori non mi ha certo aiutata, e tra uno Spassiba e l’altro continuava a venirmi in mente Ivan Drago che tutto sudato sussurra soavemente a Rocky Balboa la celebre sentenza:

Ti spiezzo in due

Va beh, comunque.

Ci troviamo nel Liechtenhaus, uno staterello non esistente nella realtà (la fantasia: hanno preso il Liechtenstein e tolto la parte finale -stein per sostituirla con -haus, davvero geniale) e in precarie condizioni finanziare. Il monarca, tale Massimiliano (un nome italianissimo per uno stato che sembra tutto tranne che italiano, la coerenza, va beh) promette in sposa la figlia Sofia a uno stronzo qualsiasi, re di qualcos’altro. La ragazza si ribella e che fa?

Beh, chiaramente fugge in Sardegna e si mette a lavorare come barista.

Assistiamo a poco credibili scene in cui questa specie di vichinga trasporta maldestramente delle cassette piene di bottiglie e versa sbuffando qualche bicchierino di whisky, poi arriva il bellissimo Raoul e lei giustamente smette di sbuffare.

Comincia una love story caratterizzata da svariati magic moments; spostare insieme cassette piene di bottiglie, fare windsurf, fare l’amore sulla spiaggia e tutte quelle romanticherie lì. Poi succede che una tipa innamorata a sua volta di Raoul, avvelenata dalla gelosia, scopre che in realtà Sofia è principessa del Liechtn-qualcosa e prontamente fa sapere a Massimiliano di aver scoperto dove sta la figlia.

La situazione si ingarbuglia ancora di più, dato che Sofia a un certo punto viene pure sequestrata ma abbiate pazienza, il mio russo è ancora abbastanza maccheronico, quindi non sono riuscita a capire chi cazzo la rapisce. Fatto sta che Raoul la libera, ma la ragazza pensa che la cosa sia stata orchestrata da lui per farsi qualche soldino extra e se ne ritorna quatta quatta nel suo regno.

Ormai rassegnata all’infausto destino di principessa stra-ricca oltre che stra-gnocca, vediamo Sofia indossare l’abito da sposa e accettare il matrimonio combinato dal padre.

Ma il piccolo grande amore vince su tutto: dalla Sardegna con furore il bel Raoul giunge nel Liecthtenstein e spiega tutta la situa a Sofia, convincendola a perdonarlo diciamo in due secondi e mezzo. E dato che ormai la ragazza è già vestita da sposa, che fai, mica le dici di cambiarsi: piuttosto mettiamoci uno smoking e sposiamoci, no?

Mi sembra non faccia una piega.

Senza nemmeno l’accortezza e la cortesia di avvisare il legittimo promesso sposo, Raoul e Sofia entrano in chiesa e mettono ‘sto disgraziato di fronte al fatto compiuto. Lui guarda Sofia, poi guarda Raoul, poi si guarda allo specchio, riguarda Raoul e pensa va beh, non c’è storia, lo avrei sposato anche io.

Insomma, quel che si dice un finale a sorpresa, no?

Tutti vissero felici, contenti, belli e pure ricchi da fare schifo, come sempre succede nella realtà…ah no.

Vorrei concludere con un appello: io non ho idea di come funzioni il windsurf, non sono bionda e non c’ho di sicuro il fisico da modella, ma abito in Sardegna, quindi se qualche principe di qualche cazzo di stato sconosciuto dal nome impronunciabile volesse venire in incognito a fare il barista qui da me, lo aiuto volentieri a trasportare cassette piene di bottiglie e ad imparare il mestiere. Se mi nasconde di essere un principe stra-ricco non m’incazzo mica, non sono così permalosa, ci mancherebbe.

Non resta che aspettare il mio principe e nel frattempo esercitarmi a uscire dall’acqua correndo. La vedo grigia, io ve lo dico.

Dovrei anche imparare a nuotare prima ma va beh, dettagli. Per il mio principe questo e altro.

Vi lascio con questo video: toh, rifatevi gli occhi, ragazze!

 

 

4 pensieri su “Piccolo grande amore: perché Raoul Bova che emerge dalle acque ha segnato la nostra adolescenza

  1. “Se mi nasconde di essere un principe stra-ricco non m’incazzo mica, non sono così permalosa, ci mancherebbe.” Ma perché se non ricordo male, in una scena lui le rivela che detesta le principesse e poi lei non voleva qualcuno che la vedesse come una persona piena di soldi, ma per quello che era “dentro”, insomma, una persona umile.

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