Parigi è sempre una buona idea. Anche se non c’è il bidet.

Parigi è sempre una buona idea, Audrey Hepburn aveva ragione, e infatti io non vedo l’ora di andarci di nuovo.

Già in precedenza nel blog avevo parlato del mese trascorso nella città più romantica del mondo, concentrandomi in particolare sulle difficoltà dell’ interagire con i parigini…difficoltà nate dal fatto che non spiccicavo una parola di francese.

Va beh, dettagli.

Se volete rileggere il post sulle peggiori figure di merda che ho sperimentato a Parigi grazie ai miei strafalcioni italo-francesi cliccate qui. Oggi invece vi allieterò con una interessantissima e approssimativa analisi di alcune cose che ho appreso su questa meravigliosa città…o almeno, quelle che mi sono rimaste impresse durante il mese scarso che ho passato lì.

Cominciamo.

Come acquistare i salumi a Parigi

Nel corso di quei famosi 30 giorni ero stata assunta in una epicerie: una sorta di gastronomia/salumeria/rivendita di prodotti tipicamente italiani sita a Sceaux, un paesino dell’ Île de France molto carino e molto, molto ricco. Difatti i prezzi delle cibarie erano E-SOR-BI-TAN-TI. Tipo una mozzarella costava sei euro. Ok, una super mozzarella di autentica bufala ma cazzo, sei fottutissimi euro.

Pesante.

I salumi, poi, non si comprano a peso. Nel senso che qui in Italia andiamo in salumeria e compriamo tre etti di prosciutto, un etto e mezzo di salame, due etti di bresaola. A Parigi, e immagino in tutta la Francia, si va a fette.

Trentadue fette di prosciutto, dodici fette di salame, venticinque di bresaola. Onde per cui avevo dovuto imparare i numeri in francese in tempo record, e non era stata una passeggiata, anche perché ‘sti stronzi amano complicarsi la vita.

Cioè, fino al numero 69 tutto ok. Dai 70 in poi son cazzi.

Già, perché 70 si dice nello stesso modo in cui si dice sessanta, ma aggiungendo dieci. Quindi soixante-dix=sessanta più dieci.

E settantuno?

Sessanta più onze, che sarebbe undici.

Per non parlare di ottanta. Del resto, che noia sarebbe stato un semplice, banalissimo ottànt. Molto meglio quatre-vingt=quattro più venti.

La domanda è: perché? O meglio, cazzo, ma perché???

Con novanta, poi, raggiungiamo l’apice del giramento di coglioni. Anche in questo caso io avrei optato per un simpatico novànt. Ma no, ai francesi piace complicato (l’idioma, non l’amore), quindi facciamo che novanta si dice ottanta più dieci, novantuno ottanta più undici, novantadue ottanta più dodici e via dicendo: quatre vingt dix, quatre vingt  onze, quatre vingt douze. Ne consegue che per apprendere questo tipo di numerazione devi avere una memoria di ferro: se non ti ricordi come si dice dodici o tredici o quattordici, per esempio, sei fottuto: non potrai mai dire novantadue, oppure ottantatrè o settantaquattro.

Cioè, ansia.

Comunque, dicevamo. I francesi quindi acquistano a fette, e non certo fette sottili: per quello che ho potuto vedere io amano moltissimo i salumi, ma preferiscono le fette non troppo sottili…meglio se bistecche. Io, abituata agli italianissimi veli quasi trasparenti di prosciutto crudo morbidamente adagiati sul melone, ovviamente mi stranivo quando mi venivano chieste tredici fettone di jambòn blanc (prosciutto cotto) talmente spesse che si sarebbero potute usare per spiaccicare mosche e zanzare contro un muro e ucciderle all’istante.

Del resto, nonostante la cucina francese sia ritenuta una delle migliori al mondo (insieme a quella italiana chiaramente), devo ammettere che i clienti del negozio in cui lavoravo davanti ai fornelli erano mezze seghe…e detto da me, che so a malapena salare l’acqua per la pasta, conta qualcosa. Gli abitanti di Sceaux per esempio cuociono gli gnocchi di patate direttamente in padella.

Abominevole.

Peraltro, non hanno la benché minima idea dei tempi di cottura di una tagliatella, di un raviolo ripieno, non sanno nemmeno per quanti minuti mettere a scaldare in forno una lasagna già pronta.

Non che io lo sappia ma cazzo, se è già pronta e non surgelata non servirà un manuale di cucina per arrivare a capire che basta schiaffarla nel forno e controllare a che punto è dopo cinque minuti. Sicuramente è più facile che dire novantaquattro, ovvero quatre vingt quatorze (=80 più 14). E mi raccomando la erre moscia, se no non capiscono, e non sto scherzando.

L’importanza del voilà

Il voilà a Parigi è FON-DA-MEN-TA-LE. Non c’è un corrispettivo nella lingua italiana, dato che voilà può voler dire tutto e niente. Lo puoi utilizzare all’inizio di una frase, in mezzo, alla fine. Come incipit tipo “Allora, quindi, dunque”: “Voilà, je m’appelle Francesca”= “Mi chiamo Francesca”. Il voilà in questo caso non c’entra un cazzo, ma d’altronde dopo aver parlato di numerazione francese non possiamo certo farci troppe domande logiche.

Lo puoi utilizzare anche tra una parola e l’altra, al posto della virgola magari.

Per esempio, sei seduto al bar, arriva il cameriere e se ti va di cagare particolarmente il cazzo puoi anche ordinare: “Un cafè voilà avec un croissant. Voilà. Merci, voilà.”

Fastidiosissimo ma chic da morire.

Il top è mettere il voilà alla fine di ogni boiata che dici.

Bonjour, voilà.

Voulez vous coucher avec moi, voilà?

Je t’aime, voilà.

Insomma, sta bene dappertutto, un po’ come la Nutella. E anche il sale (ma non nel caffè).

Come al solito mi sono dilungata troppo, quindi concludo con altre brevissime ma incisive e veloci istruzioni per l’uso di Parigi (e dei parigini):

  • anche alle otto di sera si dice tranquillamente Bonjour (buongiorno)…il Bonsoir (buonasera) forse va dopo mezzanotte.
  • quella dei francesi è una sorta di cantilena: li senti parlare e sembra o che stiano cantando o che ti stiano prendendo per il culo. O entrambe le cose. La suddetta cantilena si ottiene allungando le finali di parola, per esempio “Bonjouuuuuur, jeeee voudraaaaais dix traaaanches de jambooon blaaanc, voooooooilà” (Buongioooooorno, iooooo vorreeeeeiiii dieci fetteeeeee di prosciuttooooo cottooooooo). In pratica passi il tempo a desiderare di prenderli a schiaffi, o meglio, a schiaffiiiiiiii.
  • non si dice Oui (=si): si dice Bah-oui, o meglio B-bbb-bbah-babah-oui. Quando il parigino attaccherà con questo tragico balbettio simile ad un disco rotto non spaventatevi: un semplice Oui non renderebbe, un Bah-oui suona come un Beh, certo, sì, un sottolineare una cosa molto ovvia e chiara per tutti, un equivalente della frase “E-osi-pure- chiederlo-ovviamente-si-e-adesso-sparisci.
  • il caffè e il cappuccino fanno letteralmente schifo, ma già lo sapevate, così come sapevate che non c’è il bidet. Sappiate anche che chiedere un cappuccino tiepido non servirà a un cazzo: vi daranno sempre e comunque un intruglio acquoso e assolutamente incandescente.
  • Il tempo a Parigi è una gran merda, piove spesso e fa un freddo boia: un luogo comune? Bbbb-bah-babbah-baah-oui, ma è anche un luogo comune molto vero.

Mi congedo con un ultimo ma non meno veritiero luogo comune: Parigi è sempre una buona idea. Nonostante i parigini, il pessimo caffè/cappuccino, l’assenza del bidet e i numeri in francese.

Audrey aveva proprio ragione.

Qui sotto, il Canal Saint Martin (quello del film Amelie): lo so, non è la tour Eiffel né l’Arco di Trionfo ma è uno dei miei posti preferiti…(e non per il film, confesso di averlo iniziato e di aver poi cambiato canale).

parigi 3

 

 

4 pensieri su “Parigi è sempre una buona idea. Anche se non c’è il bidet.

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