Niccolò Machiavelli e le sue “disperate foie”.

Quando diversi anni fa al liceo l’insegnante di italiano ci disse di leggere tutto “Il Principe” di Machiavelli, tanto si trattava di un libriccino sottile-sottile, niente di trascendentale, qualche dubbio mi era venuto.

Poi, cazzo, apro il “libriccino” e comincio a leggere frasi tipo:

Io lascerò indrieto el ragionare delle repubbliche, perché altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato, et andrò tessendo li orditi soprascritti, e disputerò come questi principati si possino governare e mantenere.

Indrieto?

Orditi soprascritti?

VOLTEROMMI????

Alla faccia del libriccino sottile sottile. Forse è più facile leggere Guerra e Pace in una settimana.

Comunque l’avevo letto, o meglio, me l’ero sorbito tutto armata di santa pazienza e dizionario alla mano, addormentandomi in più punti e rimpiangendo talvolta la tanto odiata Divina Commedia di Dante. Ma oggi non siamo qua per discorrere di principati ereditari, misti o delle “difficultà le quali si hanno a tenere uno stato di nuovo acquistato”, perché in effetti ne ha già discorso abbondantemente il signor Machiavelli e perché c’è il rischio che sia più interessante una puntata di Grande Fratello.

Oggi parliamo del vero Machiavelli, di colui il quale, una volta abbandonati penna e calamaio, si recava in osteria fino a tardi con gli amici a giocare a “triche-tach” (sarebbe il backgammon, ovvero una sorta di dama) e a spassarsela con le prostitute. Doveva essere una compagnia mica male quella di Niccolò, tanto che in una lettera ad un amico lui stesso scrive:

Con questi io m’ingaglioffo per tutto dì giuocando a criccha (=gioco di carte), a triche-tach, et poi dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte un quattrino et siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano.

Non so voi, ma io mi sto immaginando quattro sfigati sdentati, ubriachi fradici che bestemmiano e quasi arrivano alle mani per un nichelino…almeno, questo è quello che io intendo per “mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose”.

Niente male, eh? L’avreste mai detto? D’altro canto tutti quei paroloni, quei latinismi, quelle paginone sui principati e sui principi andavano compensate con un po’ di leggerezza, no?

Per non parlare dei portentosi istinti suini del nostro autore, che poco si allontanano da quelli del maestro in materia, ossia Gabriele D’Annunzio (sì, quello del pigiama col buco). Ebbene, sembra proprio che il fascino degli scrittori fosse qualcosa di irresistibile, a prescindere dal loro aspetto…Machiavelli per esempio era questo:

Machiavelli

Una specie di Gioconda stempiata. A me personalmente fa un po’ paura, ma va beh, de gustibus.

Comunque.

Ci tengo a precisare che Niccolò era maritato con una certa Marietta Corsini, unione dalla quale erano nati la bellezza di ben sei pargoli, quindi insomma, i due piccioncini di certo non se ne stavano con le mani in mano. Tuttavia il nostro amico, diciamocelo, aveva un problema: era perennemente infoiato, ragion per cui necessitava di tanto in tanto di qualche scappatella extra-coniugale.

Pare inoltre che il caro Machiavelli, insieme a quella femminile, non disdegnasse la compagnia maschile. Infatti in un’altra delle tante lettere agli amici scrive le seguenti parole:

Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbero bastati, tenne vie extraordinarie (…) et a ogni appetito, etiam (=anche) diverso e contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo.

Ora, qualche idea su quali possano essere le “vie extraordinarie” dell’Amore io ce l’avrei, e pure qualcuna sugli appetiti “diversi et contrari a quelli che doverrebbero essere”…certo che ‘sti scrittori erano proprio dei gran paraculi: riuscivano a scrivere le peggiori porcate come se fossero dei concetti di alta filosofia.

E queste “vie extraordinarie” dell’Amore tra l’altro avevano procurato a Niccolò una non altrettanto extraordinaria denuncia per sodomia, scritta in forma anonima e in un linguaggio non proprio poetico:

Notifichasi a voi (…) come Nicholò di messer Bernardo Machiavelli fotte la Lucretia vochata La Riccia nel culo.

Molti meno giri di parole, eh?

Per la cronaca, Lucrezia detta La Riccia era una delle prostitute favorite di Machiavelli, una con cui insomma se la faceva spesso e che assecondava i suoi bollenti appetiti “diversi et contrari” e la sua particolare propensione per le vie extraordinarie dell’Amore. Beh, contenti loro contenti tutti, ma al tempo certe pratiche erano considerate illegali, quindi bisognava usare, come dire, una certa cautela.

Ma l’episodio che più mi ha colpita e che testimonia l’ardente temperamento del nostro amico viene raccontato in una lettera ad un amico risalente al 1509. Secondo quanto scritto, Niccolò passeggia beatamente per strada quando si imbatte in una tizia che gli propone di andare a casa sua per mostrargli delle camicie, con l’intento di vendergliele ovviamente. Suona un po’ come “sali a casa, ti faccio vedere la mia collezione di farfalle”, e uno dal cui cognome è nato l’aggettivo “machiavellico” si spera fosse abbastanza intelligente da capire che dietro le camicie c’era ben altro.

Tuttavia lo scrittore accetta l’invito, pensando magari che le vie extraordinarie dell’Amore sono infinite, e in fondo una camicia in più nel proprio guardaroba non guasta mai. Giunto a casa della “camiciaia”, Niccolò si ritrova davanti una “mercantonia bructa”, con le “cosce vize et la fica umida” e l’alito un tantino puzzolente. Di camicie nemmeno l’ombra. Il nostro eroe non si fa certo spaventare da un po’ di alitosi e da delle cosce non proprio toniche. Non vorrei pronunciarmi sull’umidità della patata ma via, credo quello fosse il meno. Del resto Machiavelli è talmente arrapato che sorvola su questi poco igienici dettagli e “la fottè un colpo” (niente latinismi stavolta), giustificandosi con l’elegante frase:

tanta era la disperata foia che io havevo che la n’handò.”

Ogni ulteriore commento è superfluo. Diciamo che quasi quasi apprezzo un pochino di più il pigiama col buco di D’Annunzio.

P.s.: la “camicia” poi, l’aveva pure dovuta pagare.

Prima di andare a vomitare volevo puntualizzare che come sempre ho ironizzato, e che al di là della sua “disperata foia” Machiavelli è uno degli autori che ho amato di più e che ho studiato con più piacere. Vi lascio con una delle sue frasi che preferisco:

Essendo… gli appetiti umani insaziabili, perché, avendo dalla natura di potere e volere desiderare ogni cosa, e della fortuna di potere conseguitarne poche, ne risulta continuamente una mala contentezza nelle menti umane… il che fa biasimare i presenti tempi, laudare i passati, e desiderare i futuri.

P.S.: le informazioni sui vizi e i vizietti di Niccolò le ho trovate in un bellissimo libro intitolato “Le vite segrete dei grandi scrittori italiani”, quindi conto a breve di sparare a zero anche su altri mostri sacri della letteratura…ho già scoperto un bel po’ di cose abbastanza raccapriccianti su Leopardi.

Stay tuned!

 

 

 

 

4 pensieri su “Niccolò Machiavelli e le sue “disperate foie”.

  1. Guarda, questi rinascimentali erano una depravazione rara 😱 per un post sul mio blog mi son rimessa a sfogliare i “Sonetti lussuriosi” di Pietro Aretino, che mi avevano già traumatizzata ai tempi dell’Università e… Che dire, sono anche peggio di come li ricordavo! Alla faccia dell’oscurantismo e della condanna dei piaceri della carne 😂😂

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