Giacomo Leopardi e la sua saponetta-fobia.

Or poserai per sempre,

Stanco mio cor.

Non val cosa nessuna

I moti tuoi, né di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

Amaro, noia, fango. Insomma, c’è poco da stare allegri o, se non altro, questo era quello che sosteneva il buon Leopardi, eccelso poeta italiano ricordato da noi studenti per esser stato il maggior sostenitore del cosiddetto “bicchiere mezzo vuoto”…beh in realtà forse Giacomo nemmeno lo vedeva, il bicchiere, perché uno che è stato capace di teorizzare ben tre tipi di pessimismo (sì, esatto, TRE TIPI) probabilmente avrebbe rotto qualsiasi bicchiere in mille pezzi solo con lo sguardo.

Eh si, pessimista fin nel midollo, e il ragazzo comincia a deprimersi già in piena adolescenza…non dimenticate che stiamo parlando di Giacomo Leopardi, non certo di un adolescente qualsiasi, sempre che voi non conosciate qualcuno che a nove anni scrive e parla fluentemente in latino. Io a nove anni forse leggevo Topolino, e non ne sono nemmeno molto sicura.

E quindi?

E quindi un adolescente qualsiasi si affligge, si spreme i brufoli e gioca a play station. Leopardi invece dà un nome alla sua sofferenza: il pessimismo individuale.

E cazzo, mi sarei demoralizzata anche io, e di brutto, se a dodici anni non avessi avuto di meglio da fare che partorire un’opera dal titolo Dissertazioni filosofiche e fossi stata scaricata dal mio precettore perché ormai non aveva più niente da insegnarmi, semmai il contrario.

Il ragazzo è inarrestabile, e a 15 anni butta giù giusto un paio di righe: niente di che, robetta da poco, una semplicissima Storia dell’astronomia: un trattatello ispirato al giovane dalla contemplazione del cielo notturno. E magari anche dalla lieve assenza di una vita sociale, ma del resto quella è attualissima pure ai giorni nostri, con la differenza che Leopardi la combatteva studiando e creando capolavori, i giovani (e non solo quelli) di oggi la combattono a suon di selfie e di puttanate scritte su Facebook.

Comunque, dicevamo.

Il poeta pertanto era solo come un cane, ma a questo aggiungiamoci una simpatica malattia nota come morbo di Pott, ovvero una “forma di tubercolosi extrapolmonare”, manifestatasi nel pieno della pubertà che gli procurò diversi fastidi, tra i quali una abbastanza anti-estetica gobba. Beh, e allora come biasimare il piccolo Giacomo se dal pessimismo individuale (già di per sé piuttosto pesante) passa a quello storico. Già, perché a Giacomino non basta auto-deprimersi per le proprie disgrazie, e ha la brillante idea di farsi venire la malinconia per la nostalgia delle epoche passate, più felici di quella nella quale vive lui.

Come se io all’improvviso mi intristissi vagheggiando, che so, la bellezza dell’antica Grecia o quella della società babilonese. Peccato che abbia già i coglioni abbastanza girati per altro, molto altro. Diciamo che mi intristisco a sufficienza vagheggiando una bolletta da pagare, non c’è mica bisogno di fare troppi viaggi nel tempo.

Insomma, pessimismo individuale, pessimismo storico…abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno e passiamo alla tragedia totale: il pessimismo COSMICO. Ormai, peggio di così…tanto vale pensare direttamente che l’uomo è destinato a soffrire e che

arcano è tutto, fuorché il nostro dolor

Leopardi dixit, e non mi reputo all’altezza di contraddirlo però dai, la pesantezza.

E le fidanzate?

Fidanza-cosa?

A differenza di D’AnnunzioMachiavelli e Verga, al povero Giacomo in amore buttava male. L’estetica ovviamente, la gobba in particolare, non lo aiutava, e purtroppo non sopperiva con la sconfinata cultura e intelligenza. Ma a quanto pare la sfortuna amorosa non era dovuta né alla scarsa avvenenza né tantomeno al fatto che di sicuro il poeta non era uno con cui ti ammazzavi di risate.

La verità è che Giacomino puzzava, e pure parecchio. Sempre caro mi fu quest’ermo colle, tutto molto bello, ok, ma a quanto pare non altrettanto caro fu il sapone, e quando lo scrittore si prese una sonorissima cotta per la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti, la sua lavaggiofobia gli fece perdere un bel po’ di punti, sapete com’è.

E nonostante i bellissimi versi a lei dedicati:

“Angelica beltade!
Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,
quasi una finta imago
il tuo volto imitar. Tu sola fonte
d’ogni altra leggiadria,
sola vera beltà parmi che sia”

Parole, parole, parole. Sì, ma anche una doccia ha il suo bel fascino, tant’è che quando la scrittrice Matilde Serao chiese alla Tozzetti come diavolo avesse potuto non corrispondere un genio del calibro di Leopardi, la signora rispose senza troppa poesia:

“Mia cara, puzzava.”

Fa già abbastanza schifo così, ma spulciando qua e là ho anche scoperto che la cosmica avversione per la pulizia del corpo del poeta comprendeva anche l’abitudine a cambiarsi mooooolto di rado le mutande…talmente di rado che prima di un comune lavaggio venivano spedite in lavanderia per essere disinfestate dai parassiti.

Cioè, riassumiamo un attimo: sociopatia, agorafobia, sfiga congenita, studi matti e disperatissimi, pessimismo estremo, gobba…e che cazzo fai, nemmeno ti lavi?

Questo vuol dire cercarsela.

Giacomino muore giovane, come chi è caro agli dei: spira all’età di 38 anni, ma non si sa bene come; alcuni dicono un attacco d’asma, altri il colera, qualche malalingua sostiene addirittura che la causa sia stata una volgarissima “cacarella” originata da un esagerato consumo di dolci e dolcetti vari. Infatti Leopardi stravedeva per i manicaretti e in particolare per i prodotti di una pasticceria napoletana, quella di Vito Pinto. Si narra perfino che, grazie agli acquisti del poeta, il pasticciere in questione si fosse arricchito al punto da comprarsi il titolo di barone.

Immagino che i parassiti nelle mutande andassero a nozze con gli zuccheri ingeriti quotidianamente.

Insomma, non proprio un uomo da sposare, ma le poesie son belle, dai. Mettiamo una pietra sopra alla questione delle mutande (e dei parassiti), focalizziamoci sull’ermo colle e sul passero solitario e ricordiamoci che:

“Quando si ama davvero, ci si lava”.

Questa l’ha detta Fabio Fazio. Poco poetica ma vera.

 

6 pensieri su “Giacomo Leopardi e la sua saponetta-fobia.

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