Ti lascio perché ti amo troppo: ecco come è stata inventata la scusa del secolo

“Ti lascio perché ti amo troppo”: qualcuno vi ha mai scaricato con questa frase a dir poco contraddittoria?

A me non è mai successo…non di essere scaricata, quello ovviamente è capitato (e col senno di poi ho sempre imparato ad apprezzarne i risvolti positivi. Tipo dimagrire velocemente e senza dover andare in palestra, per esempio.). Però le motivazioni addotte se non altro erano al limite della decenza:

“Ho bisogno del mio tempo” (=ho un’altra)

“In questo periodo non ho testa per l’amore (=ho un’altra)

“Non sei tu sono io” (invece è l’altra)

Ti lascio perché ti amo troppo è una roba da film per adolescenti, dai. Di quelli dove in genere il tipo strafigo e stra-popolare si innamora della tipa inizialmente bruttarella (almeno fino a che non si leva gli occhiali e non va dalla parrucchiera, dopodiché si trasforma magicamente in una coniglietta di Play Boy), poi la lascia perché si accorge di esserne troppo innamorato e teme di perdere così la sua fama di sciupafemmine.

Una scusa idiota quindi, poco credibile, che tuttavia può vantare un capostipite, o meglio un padre fondatore di tutto rispetto, il cui nome forse a primo acchito non vi dirà nulla…a meno che non siate dei grandi appassionati di storia della filosofia.

Stiamo parlando di Søren Kierkegaard (non ho la più pallida idea di come si pronunci), filosofo danese vissuto nella prima metà dell’Ottocento.

kierkegaard
Immagine tratta da Wikipedia

Ragazzo interessante, ma non certo quello che si potrebbe definire il principe della risata. Tra le sue opere più famose ricordiamo infatti:

“Il concetto dell’angoscia”

“La malattia mortale”

“Vangelo delle sofferenze”

Titoli promettenti.

Beh, va detto che l’infanzia del piccolo Søren era stata degna di quella del protagonista di un cartone animato giapponese: all’età di vent’anni aveva perso ben cinque dei suoi sei fratelli, nonché la madre e il padre. Come se non bastasse i genitori lo avevano cresciuto inculcandogli l’idea fissa del peccato e di una fantomatica maledizione divina che gravava su tutta la famiglia (oddio, in effetti forse un pochino). Non esattamente uno scenario da Mulino Bianco.

Nel 1840 poi, arriva una luce nella grama vita di questo giovane. La suddetta luce porta il nome di Regine Olsen ed è una ragazza di diciannove anni figlia di un consigliere di Stato.

regine olsen
Immagine tratta da Wikipedia

Nel settembre di quell’anno Kierkegaard chiede al padre di Regine la mano della figlia e la gentile richiesta viene accettata con gioia da entrambi…specialmente dalla gentile fanciulla che è cotta del suo bel filosofo.

E fin qui sembra la trama di un Harmony per suore.

Esattamente un anno e quattro giorni dopo la proposta di matrimonio, Søren scarica l’adorata fidanzata senza tanti complimenti e soprattutto senza l’ombra di una benché minima giustificazione.

Possibile?

Sì, se sei un vigliacco fetente e sì, se sei un filosofo convinto del fatto che l’uomo sia condannato all’angoscia eterna e inevitabile. La questione è la seguente: per Kierkegaard l’umanità è dotata del libero arbitrio; di conseguenza, ognuno di noi è libero di scegliere e va beh, questo è comprensibilissimo. Il casino arriva quando SI SCEGLIE di complicarsi la vita, pensando per esempio che qualsiasi scelta facciamo potrebbe essere sbagliata e comunque escluderebbe tutte le altre.

Io sto cominciando a sudare.

Il ragionamento prosegue irrimediabilmente verso il baratro: in sostanza l’uomo, nel momento in cui sceglie, rinuncia a tantissime altre possibilità di scelta, e ciò determina tormento e disperazione infiniterrimi. Per cui Kierkegaard giunge alla conclusione che se scegliesse di sposare Regine si precluderebbe tutta una serie di altre possibili vite con lei e questa consapevolezza distruggerebbe l’amore. In altre parole la ama talmente tanto che vorrebbe vivere con lei tutte le vite possibili, cosa assolutamente impossibile, quindi che fare?

Innanzitutto tentare la strada più facile e più battuta dai maschietti, ovvero quella del “rompo-talmente-tanto-i-coglioni-che-sarà-costretta-a-lasciarmi”. Quindi Søren dà il via a tattiche sopraffine tipo uscire con Regine e all’improvviso tornare indietro per abituarla al fatto che la vita è fatta di rinunce, oppure insinuare il sospetto che lui abbia amanti in ogni dove.

La ragazza resiste (è risaputo che la tecnica del farsi-lasciare non funziona, più un uomo è strano più ci domandiamo perché è strano, dimenticandoci nel frattempo di mandarlo a cagare) e a Kierkegaard resta da tentare solo una cosa…

Darle il benservito, chiaro, ma senza il buon gusto di accompagnarlo con uno straccio di spiegazione e cacchio, adesso che la so la spiegazione lo credo bene che non ha avuto il coraggio di spiegargliela. Intanto non sono ancora sicura di averla capita. Inoltre, se qualcuno mi avesse scaricata con un pippone del genere come minimo avrei stappato lo champagne per festeggiare.

Regine reagisce benissimo.

Inizialmente si dichiara pronta ad essere rinchiusa in un armadio, purché sia l’armadio del suo amato. Poi un classicone: tenta il suicidio. Alla fine, come quasi sempre succede, dopo il primo periodo di folle disperazione la ragazza va in ripresa e si fa una ragione dell’accaduto, rendendosi conto che, come recita quel vecchio detto, si chiude una porta ma si apre un portone. In particolare dietro il portone di Regine c’è un tale di nome Johan Frederik Schlegel, il quale SCEGLIE di sposarla senza farsi troppe pippe mentali, e ‘sti gran cazzi tutti i ragionamenti sui mondi possibili le vite possibili e le possibilità possibili.

Kierkegaard dal canto suo soffre come un cane, ma ormai il danno è fatto, e a ben poco serve la lettera inviata al marito di lei nella quale chiede il permesso di poter incontrare Regine. Col cazzo, e infatti l’uomo distrugge la missiva senza dir nulla alla moglie. La disperazione è talmente forte che il filosofo fa addirittura costruire l’armadio nel quale lei aveva pregato di essere rinchiusa pur di poter stargli vicino.

Anche l’armadio non servirà a un bel cazzo. Lo sconforto continua, finché a distanza di QUINDICI ANNI dal fattaccio Kierkegaard non scopre che Regine è sul punto di lasciare la Danimarca col marito. I due ex piccioncini difatti vivevano ancora nella stessa città e spesso si incontravano per strada, lei tranquilla a  braccetto col marito e lui solo e sfigatissimo.

Alla notizia della partenza il filosofo sembra risvegliarsi dal torpore: esce e cerca l’amata lungo le strade, ma non la trova. Giunto al porto, lei lo riconosce e gli si avvicina, pronunciando le classiche frasi di cortesia: “guarda-che-ti-ho-perdonato” “auguri-per-tutto” “buona-vita” eccetera eccetera. Lui, che era partito a razzo da casa come un leone e sembrava volesse spaccare il mondo, che fa?

La implora di restare, la rapisce seduta stante, la bacia con passione davanti al marito?

Beh, no, perché sapete, c’era sempre quel dettaglio delle scelte possibili, dei mondi possibili, cazzi e mazzi possibili quindi niente, solleva il cappello, accenna un timido saluto e se ne va. Dopo quattro mesi muore, in un modo talmente assurdo che sembra inventato: semplicemente passeggia per le vie della città e a un certo punto cade stecchito. Così, dal nulla.

Questa era la storia di Kierkegaard, l’inventore della filosofia del “Ti-lascio-perché-ti-amo-troppo”. Volevo chiudere con un po’ di parolacce e maledizioni ma poi ho letto questa sua frase e non me la sono sentita:

“Sono così incompreso che non si comprendono neanche i miei lamenti di essere incompreso.”

Almeno se lo diceva da solo.

 

10 pensieri su “Ti lascio perché ti amo troppo: ecco come è stata inventata la scusa del secolo

  1. La ragazza ha avuto una bella fortuna! Ma siamo sicuri che lui volesse vivere le migliaia di altre vite possibili proprio con lei? Strano l’affare del dimagrimento, ti struggevi dalla disperazione o si è portato via il frigo? Anch’io comunque una volta volevo lasciare una dicendole che non me la meritavo. “Eh, lo so, ma mi fai ridere” mi ha detto. Poi mi ha lasciato.

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  2. Sarò una voce fuori da coro, ma…. a me è davvero successo che il mio più grande amore mi abbia lasciato proprio perché mi amava troppo… ed era effettivamente così! Amare significa, a volte, lascianr andare (chi ha mai visto Shrek 2?), sembra una contraddizione, invece è così.
    Quando si ama qualcuno, lo si ama e, quindi, si vuole bene all’altra persona o, meglio, si vuole il bene dell’altra persona.
    Per me è stato così: dopo 7 anni di fidanzamento, quasi vicini al matrimonio ci siamo lasciati. È stato struggente, ma sono sopravvissuta.

    Il fatto è che ciascuno di noi aveva un lavoro particolare e davanti a se’ opportunità di carriera (e di soddisfazione) solo mantenendo quel lavoro. Il problema è che vivevamo a 1000 Km di distanza e sposarsi avrebbe significato, per uno dei due, lasciare il suo lavoro. Peccato che, in tal caso, non ci sarebbero state opportunità lavorative per cui uno dei due avrebbe dovuto rinunciare al proprio lavoro ideale. Così nessuno dei due voleva che l’altro rinunciasse anche se ciascuno di noi era disposto al sacrificio. Ecco, noi due ci amavamo talmente tanto che non ci saremmo mai sognato di far rinunciare l’altro alla sua felicità…

    Ora sono felicemente sposata, ho un figlio meraviglioso e una carriera molto soddisfacente… lo ringrazierò sempre!
    Spero che sia stato così anche per lui.

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    1. Il lavoro è la soddisfazione personali sono importantissimi.. Probabilmente se uno dei due avesse rinunciato all’opportunita’ che si presentava l’amore ne avrebbe risentito, quindi siete stati molto coraggiosi❤️

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