San Valentino: le origini fetish della festa degli innamorati

Un bel giorno un uomo passeggiava tranquillo lungo la strada, quando all’improvviso vide due giovani litigare. Invece di tirare dritto e farsi gli affaracci suoi si avvicinò ai litiganti e offrì loro una rosa. Invece di guardarlo storto e mandarlo a smistare rose da un’altra parte, i due presero il fiore e magicamente fecero pace.

So cosa state pensando e mi dispiace deludervi ma non si trattava dell’indiano che vendeva rose anche perché, parliamoci chiaro, quando il malcapitato ha il tempismo di avvicinarsi al tavolo del ristorante nel quale magari tu e il tuo fidanzato state discutendo perché lui vuole prendere il dessert e dividerlo e voi non dividereste neanche un Ferrero Rocher da cinquanta chili, fare pace con una rosa viene un po’ in salita. A meno che non sia una rosa alla Nutella, o comunque qualcosa di commestibile.

Eppure in quell’unico caso la rosa aveva funzionato, o almeno così si racconta. Sarà perché l’uomo che l’aveva regalata era il futuro San Valentino?

Questa e diverse altre leggende sono legate al nome del santo patrono della festa degli innamorati, sì, quella grazie alla quale abbiamo un’altra ottima scusa per ingozzarci di carboidrati sotto forma di cioccolato.

Quello che penso di San Valentino l’ho spiegato abbastanza concisamente in questo post scritto l’anno scorso e devo dire che a distanza di 12 mesi è cambiato il fidanzato ma il mio pensiero sulla festa degli innamorati no, non è cambiato.

Tuttavia non potevo esimermi dallo sfornare un post su un “evento” che, ci piaccia o meno, intaserà per un giorno intero le ricerche su Google, le bacheche dei Social Network e le liste di prenotati nei ristoranti. Curiosando qua e là ho scoperto quindi che la classica festicciola da sole-cuore-amore in realtà ha origini assai poco romantiche.

Pare anzi si tratti di un astuto espediente ideato dalla mente di un papa, tale Gelasio I il quale, nel lontano 496 d.C., decise di sostituire quella che era ormai diventata una festa “scomoda” con qualcosa di più “rilassato”. Tra il 13 e il 15 febbraio di ogni anno si svolgevano infatti i Lupercali, dei riti pagani che hanno origine da una simpatica leggenda: c’era una volta il re Romolo, e c’era una volta il suo regno, durante il quale a un certo punto le donne si ritrovarono tutte sterili. Per capire il motivo di questa disgrazia la popolazione si recò in un bosco sacro alla dea Giunone, e qui la divina risposta non si fece attendere: per ricominciare a figliare tutte le donne avrebbero dovuto farsi penetrare da un caprone. Sacro.

Ah beh, se è sacro allora.

Cioè, ansia.

Per fortuna guarda caso era lì presente un sacerdote che ebbe il buon gusto di “parafrasare” il divino responso…perché in realtà Giunone si era espressa male, e il “farsi penetrare da un caprone” era da intendersi come il “sacrificare una capra e utilizzare la sua pelle per farne tante strisce con cui poi frustare la schiena delle donne sterili.”

‘Nsomma. Direi che comunque rispetto alla penetrazione-del-caprone-sacro qualche miglioramento c’è stato. Bene ma non benissimo, tuttavia le donne tirarono un sospiro di sollievo e scoprirono la schiena molto più volentieri della patata, con buona pace del sacro caprone che non solo non penetrò nessuno, ma venne pure ammazzato e fatto a strisce. Sfigato.

Da quel dì in poi il frustescion-party si trasformò nei Lupercali, ovvero dei riti propiziatori di fertilità in onore di Luperco, dio protettore di capre, pecore &affini. Il festino si svolgeva grossomodo così: c’erano 24 tizi, detti Luperci,  dei quali alcuni erano completamente nudi, altri vestiti soltanto di una pelle di capra che copriva le virili vergogne. Questi ragazzi, armati di strisce della medesima pelle, correvano intorno al colle Palatino e frustavano chiunque capitasse a tiro, specialmente le donne che desideravano rimanere gravide e che di buon grado si sottoponevano a questa specie di ricreazione.

Così allegramente si continuò fino a quando appunto papa Gelasio I decise che no-frusta-no-party e istituì di conseguenza San Valentino, una festività religiosa dedicata al martire originario di Terni. Come poi la ricorrenza si sia trasformata nella festa degli innamorati è questione ancora poco chiara, ma sembra che sia tutta colpa del poeta inglese Geoffrey Chaucer il quale, nel suo poema “Il Parlamento degli Uccelli”, (che immagino conosciamo tutti, vero?) avrebbe associato San Valentino all’ammore.

E quindi insomma, chi l’avrebbe detto che dai sacri caproni, dalle frustate e dagli uccelli in parlamento sarebbe nato tutto questo amoroso casino? In effetti di romantico c’è ben poco ma tant’è, ormai San Valentino è questo e in ogni caso meglio una cenetta a lume di candela con la tua dolce metà (o anche solo un tubo di baci Perugina da divorare mentre si è stravaccati sul divano a guardare boiate in tv) che una scarica di scudisciate sulla schiena, anche se a fin di bene.

Per quanto mi riguarda io voto il divano, il cioccolato e le boiate in tv a lume di candela. Tutto il resto è marketing.

Intanto vi lascio con una curiosità sui Baci Perugina: inizialmente si chiamavano CAZZOTTI. Poi chiaramente, immaginando qualcuno entrare in un negozio e chiedere:

Buongiorno, scusi, mi darebbe un paio di cazzotti?

Certo, quanti esattamente?

Mah…facciamo cinque o sei. Anzi, me ne dia dieci, crepi l’avarizia.

Subito. Dieci cazzotti per la signora, grazie!

…beh, suonava un po’ male, ergo dal cazzotto al bacio il passo fu breve.

Peccato. Non mi sarebbe dispiaciuto regalare un po’ di cazzotti in passato.

 

7 pensieri su “San Valentino: le origini fetish della festa degli innamorati

  1. La festa delle frustate era molto romantica in stile 50 sfumature… ognuno ha i suoi gusti! Io comunque per evitare me ne sto chiusa in casa che l’indiano delle rose è particolarmente agguerrito in questo periodo

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  2. Io San Valentino non lo festeggio mai, perché sono povera e le cene nel tal giorno di solito costano di più, quindi quest’anno pubblicherò un post a tema giusto per non passare per una avara di sentimenti. Non sarei neanche avara di soldi, se li avessi…

    Comunque devo fare una precisazione socio politica: il cartello europeo della vendita di rose è in mano ai pakistani, e non agli indiani, che per altro tra loro non si possono vedere. Impossibile capire la differenza di primo acchito ma dire a un indiano che è pakistano o viceversa è come dare di belga a un francese o di pisano a un livornese. Cose grosse insomma.

    Piace a 1 persona

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