Come andare a Salisburgo in vacanza e finire al pronto soccorso

Nell’ultimo post vi avevo salutato annunciando il mio viaggio on the road, che non partiva esattamente con quelle che io definisco ottime premesse: il cellulare del mio fidanzato defunto per inspiegabili ragioni, una gomma della macchina da cambiare, la stampante che stampava biglietti sbiaditi, le mestruazioni, eccetera eccetera.

In realtà, nonostante i poco incoraggianti presagi, è andato tutto bene…a parte il giorno che sono finita al pronto soccorso di Salisburgo, ma una vacanza senza incidenti non sarebbe stata alla mia altezza… e poi adesso almeno ho qualcosa di diverso da raccontare rispetto al solito: ” Ho visitato quello e quell’altro, e sono andata lì e là e ho mangiato in quel ristorante e ho bevuto in quel bar” e via dicendo…che tanto lo so, se non dovete andare negli stessi posti in cui sono andata io vi fracassate le palle e basta a leggere robe del genere.

Quindi oggi parlerò più che altro della mia disavventura in quel d’Austria, e più precisamente nel luogo che ha dato i natali ad un certo signor Mozart: la bellissima Salisburgo.

La suddetta città costituiva la quarta tappa del nostro viaggio, che prendeva il via da Livorno e prevedeva una sosta a Pisa, da dove poi avremmo raggiunto Trento, Innsbruck, appunto Salisburgo e infine Verona e Lucca.

Bene o male avevamo programmato un po’ di cose da fare, e in particolare nella città mozartiana era stato deciso di visitare la grotta di ghiaccio (in tedesco Eisriesenwelt Werfen, più facile scriverlo che pronunciarlo) e a seguire la fortezza di Hohensalzburg.

Ovviamente avevamo letto diversi articoli in merito, perciò sapevamo benissimo che per la Eisriesencome-cazzo-si-chiamano era necessario:

  • imbottirsi come un eschimese per affrontare la glaciale temperatura di 0 gradi
  • prepararsi a un bel po’ di scale, per l’esattezza circa 1400 gradini di morbidezza, scivolosi in più punti, ripidi in più punti e col cazzo che ti reggi al corrimano perché è talmente ghiacciato che senza guanti rischi che si attacchino le dita. Chiedetemi se avevo i guanti.

In effetti col senno di poi, in previsione di questa “avventura”, avrebbe giovato qualche mese di esercizio fisico e no, i mille e qualcosa passi quotidiani dal divano al frigorifero non contano, mannaggia. Forse un cammino di Santiago o un pellegrinaggio sulle montagne del Tibet avrebbe fatto la differenza, ma poi il divano sarebbe rimasto da solo per troppo tempo, poveraccio. Anche quello va considerato.

E niente, insomma, per farla breve arriviamo di buon mattino alla Eisrien…alla grotta di ghiaccio o meglio, al punto di partenza dal quale è possibile raggiungerla, la grotta di ghiaccio. Usciamo dall’auto e scopriamo che ci aspettano ben 20 minuti di piacevole passeggiata (in salita, che ve lo dico a fare), seguiti da due minuti scarsi in funivia, seguiti da altri 20 minuti di trekking durante i quali ho pensato ininterrottamente :”Ma un’altra cazzo di funivia no, eh?”.

Se si riesce a dominare il fiatone e non si soffre di vertigini il panorama è splendido, ma quasi quasi sono rimasta più colpita dai signori e dalle signore over-sessanta che procedevano verso la meta come se stessero calpestando una soffice moquette, mentre io arrancavo vedendo viaggiare davanti ai miei occhi miraggi di scale mobili e mongolfiere.

Giunti all’ingresso della grotta ci accolgono le guide. Purtroppo tra le lingue previste non figurava l’italiano, quindi ci siamo adattati a quella inglese, nonostante lo mastichiamo a malapena: difatti durante l’intera visita non abbiamo capito un cazzo se non pezzi di frasi poco rassicuranti, in cui afferravamo soltanto parole tipo “scale”, “chilometri”, “millecentocinquanta”, “freddo”, “molto freddo”, “salire”.

Ansia.

La nostra guida si presenta, dice di chiamarsi Jacob (ma io capisco Cieco) e ci avverte che l’ingresso che precede la grotta è un pochino ventilato. Subito dopo apre una porticina e veniamo investiti da un cazzo di monsone che definire gelido sarebbe riduttivo. Il tipo davanti a noi, colpito da una raffica bestiale, esclama un sentitissimo “Porca vacca”, al che intuiamo che è italiano. Avrei voluto rilanciare con un “Porca troia” ma mi si era congelata la lingua, sapete com’è.

Usciti dal “corridoio del vento” comincia la scalata, e soprattutto le scale. All’interno della grotta non è possibile scattare foto (qualcuno scattava comunque, gli italiani in primis), ma su Internet ne circolano parecchie e potrete constatare che si tratta di uno spettacolo davvero suggestivo. Peccato non aver capito un cacchio di quello che diceva Cieco Jacob: ero troppo concentrata sul freddo, sul fare le scale senza inciampare e precipitare negli abissi glaciali e in effetti il mio inglese è una merda, inutile che cerchi scuse.

Il percorso dura poco più di un’ora e quando rispunti fuori dalla grotta ti sembra di passare dalla Lapponia alle Bahamas. Al ritorno è tutto in discesa, ed è appunto qui che accade il fattaccio. Poco prima di giungere all’agognata macchina, lungo un tunnel in linea retta, semplicemente camminando, come una cogliona metto il piede a 90 gradi procurandomi una storta decisamente inopportuna.

Sul momento il dolore è lieve, tant’è che proseguo tranquillamente senza preoccuparmi. Il nostro programma prevedeva un pranzo veloce e successivamente la visita alla fortezza di Hohensalzburg. Dopo mezz’ora comincio a zoppicare e giustamente il mio fidanzato insiste per tornare in albergo e fanculo la fortezza, ma io, in preda a un attacco di Wonder Woman-ismo, mi incaponisco e giuro e spergiuro che sto benissimo.

Per raggiungere la fortezza saliamo su una funicolare e lì cominciano i guai. Il piede improvvisamente pulsa parecchio, inizio a vedere tutto grigio e sono prossima allo svenimento. Esco da lì mezzo morta e ci sediamo in un locale bellissimo su un enorme piazzale, da dove si gode il panorama di tutta la città. Bevo un’aranciata e malvolentieri riconosco di non essere più in grado di stare in posizione eretta, figuriamoci visitare un bastione quasi sicuramente privo di ascensori.

Ritornare giù si rivela un’impresa titanica, dato che non riesco più a poggiare il piede per terra e mi tocca saltellare come un canguro con una zampa sola (ma molto meno atletica). Come se non bastasse mi sento di nuovo svenire. Riusciamo comunque a risalire sulla funicolare grazie anche all’aiuto dell’autista, che nel frattempo chiama un taxi. Prima di entrare in macchina mi esibisco in un’altra fenomenale caduta: perdo l’equilibrio e, tra lo stupore del mio fidanzato e quello generale delle valanghe di turisti presenti, letteralmente rotolo per terra: probabilmente starà già circolando un filmato su You Tube o finirò presto su Paperissima, chi lo sa.

Il tassista ci porta al pronto soccorso e durante il tragitto, poveretto, cerca di intavolare una conversazione (ovviamente in inglese) col mio ragazzo, il quale è sull’orlo di una crisi di panico e ha sudato più a Salisburgo in un’ora che in tre mesi di estate infernale in Sardegna, figuratevi quanta voglia ha di cimentarsi in una amabile chiacchierata in english. Il tassista persiste con le sue domande ma al sentirsi rispondere il settimo od ottavo “What?” finalmente tace. Io stavo troppo male altrimenti avrei riso fino alla morte.

Apro una piccola parentesi sul pronto soccorso; la mia esperienza in merito fortunatamente è scarsa, ma le poche volte che mi ci son dovuta recare qui a Cagliari, dove abito, ho assistito a scene drammatiche: gente sanguinante, parenti disperati, pianti, strazi, ossa rotte, lividi da paura, di tutto.

A Salisburgo sembrava di stare in un parco: persone sorridenti, calme, silenziose e soprattutto all’apparenza in perfetta salute. A destra c’era una tipa con un micro-taglietto sulla gamba. A sinistra un’altra con un ematoma su un ginocchio. Davanti a me una signora in sedia a rotelle con la gamba in trazione e un cerottino sulla coscia.

Boh.

Dopo un’oretta di attesa mi fanno entrare in una saletta dove mi aspetta il mini-cast di Grey’s Anatomy, con due tizi e una tizia che forse hanno 40 anni in tre. Quello al centro della stanza estrae il mio piede dalla scarpa (che dopo il trekking nella grotta di ghiaccio non profumava certo di violette) e comincia a maneggiarlo, il tutto senza guanti (viva l’igiene) e cagionandomi un bel po’ di dolore.

Vengo spedita a fare una radiografia e con una certa inquietudine spero non mi chiedano di levare i pantaloni perché ho la ricrescita di peli a mille. Mi accoglie una signora che mi fa accomodare su un lettino; anche lei non si premura di indossare dei guanti e tasta placidamente il piede a mani nude per posizionarlo sotto i raggi X.

Morale della favola: nessuna frattura, piccola fasciatura, ricetta di Voltaren, arrivederci e grazie. Non abbiamo nemmeno dovuto pagare, per una misteriosa ragione spiegataci in inglese e quindi boh, rimarrà un’incognita.

Ed è così che la tappa salisburghese del mio viaggio si è trasformata in una gita ospedaliera. Per la cronaca, la mattina seguente stavo già molto meglio, ma ormai dovevamo spostarci a Verona e quindi non ci sarebbe stato il tempo di visitare la cavolo di fortezza.

Se non altro ho un buon motivo per tornare a Salisburgo.

Vi lascio con la foto del mio Big Foot:

12 pensieri su “Come andare a Salisburgo in vacanza e finire al pronto soccorso

  1. E’ il miglior diario di viaggio che mi sia capitato negli ultimi giorni (prima non sfogliavo diari di viaggio), proprio perché Non lo è 😀 ma in ogni caso delle cose interessanti di Salisburgo si scoprono comunque.
    Sono riapprodata tra i blog dopo anni, se mantengo la costanza ripasserò di qui 🙂

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  2. Mi dispiace per la disavventura ma il racconto e’ divertentissimo… ma non potevate accontentarvi delle miniere di sale, no eh? Salisburgo in effetti è bella, d’estate ha una bella rassegna musicale (Mozart naturalmente e non solo), e si dovrete tornare per forza!

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