Cosa c’entra Virginia Woolf con Silvio Berlusconi e col “bunga- bunga”

La scorsa settimana ho acquistato il libro “Storie di sfigati che hanno spaccato il mondo”, scritto dagli ideatori di una delle mie pagine Facebook preferite: Se i Social Network fossero sempre esistiti. Non mi dilungherò a spiegare di cosa tratta questa pagina, anche perché ho fiducia nel fatto che la conosciate più che bene. In caso contrario sbrigatevi a conoscerla perché, tra una giornata di merda e l’altra, quattro risate non guastano mai.

Comunque, il suddetto libro racconta le vite sfigatissime di venti personaggi diventati celebri nel corso della storia (e quasi sempre in seguito alla loro dipartita, tipo Vincent Van Gogh). Tra tutti ho letto con molto interesse il capitolo riguardante Virginia Woolf, autrice della quale, da asina quale sono, lo ammetto, non ho mai letto nulla…ma rimedierò. O forse no, comunque, proseguiamo.

La scrittrice di sfiga ne ha avuta parecchia (e infatti è morta suicida), ma oggi non parleremo delle sue disgrazie, bensì di uno scherzo a quanto pare molto famoso (io ovviamente non avevo idea della sua esistenza) al quale la Woolf aveva partecipato insieme ad alcuni amici e parenti. Da questa illustre burla sarebbe passata alla storia un’espressione che a noi italiani suona piuttosto familiare, e per la quale siamo diventati famosi all’estero non più soltanto per la pizza, la pasta e il bidet.

Mai sentito parlare di “bunga-bunga”?

Domanda retorica, so perfettamente che tutti abbiamo appena visualizzato la faccia di plastica di Silvio Berlusconi, il suo sorrisone da squalo tigre, una villa lussuosa e atmosfere alla “Cinquanta sfumature di grigio, nero e rosso e c’è pure tutto l’arcobaleno, Christian Grey vieni a vedere come come si fa”.

La domanda successiva (non retorica, stavolta) è la seguente:

Cosa cavolo c’entra Virginia Woolf col bunga-bunga e soprattutto con Berlusconi?

Troppo morta per poter partecipare ai festini di Arcore (e comunque dubito che sarebbe stata interessata a farlo), in effetti la scrittrice ha in comune con il Cavaliere solo una cosa: il fatto di aver utilizzato l’espressione bunga-bunga, ma in ben altri contesti rispetto a quelli “boccacceschi” all’interno dei quali era solito farne uso il nostro ex Presidente del Consiglio.

E adesso basta cincischiare, la suspense ormai sarà salita alle stelle quindi vi spiego tutto.

Le origini del bunga-bunga

Prima di parlare della Woolf, un momento un po’ quarkeggiante: a detta di Wikipedia in origine bunga-bunga indicava “un toponimo dell’Australia” e/o un’usanza aborigena. Ricordate la barzelletta dei tre tizi che si ritrovano davanti ai cannibali? A ognuno di loro viene chiesto di scegliere tra la morte e il bunga-bunga; i primi due scelgono la seconda opzione e diciamo che si rivela una opzione brutta, molto molto brutta. Il terzo ovviamente propende per la morte e i cannibali rispondono:

“Ok, ma prima un po’ di bunga-bunga!”

Ehm, scusate, come barzellettiera sicuramente non ho un futuro, comunque era giusto per dirvi che forse Wikipedia intendeva questo, per “usanza aborigena”.

Bene, momento quarkeggiante finito, passiamo alle cose serie.

La beffa della Dreadnought

N.B.: la prossima volta che vorrete sfoggiare fighezza da qualche parte spiegando la storia di questa celebre beffa, assicuratevi prima di capire come si pronuncia “Dreadnought”.

C’era una volta nel 1910 in Inghilterra un poeta di nome Horace De Vere Cole, artista dotato di grande senso dell’umorismo e assiduo frequentatore di casa Woolf (allora casa Stephen, Virginia prese il cognome Woolf dal marito Leonard). Le riunioni di quel salotto a un certo punto avevano dato vita al cosiddetto Bloomsbury Group, un “circolo” di intellettuali che comprendeva, oltre Virginia e Horace, tanti altri personaggi del mondo dell’arte piuttosto noti all’epoca.

Che succede quindi?

Succede che un bel giorno un ufficiale di marina suggerisce a Cole di organizzare uno scherzo ai colleghi della corazzata HMS Dreadnought, nave ammiraglia della Flotta Britannica. La burla consisteva in questo: Horace e altri membri del Bloomsbury Group si sarebbero spacciati per i sovrani dell’Abissinia (l’attuale Etiopia) in visita straordinaria a Londra, ansiosi di salire a bordo della corazzata e ammirarla in tutto il suo corazzante splendore.

Più difficile a dirsi che a farsi, ma il poeta, che a quanto pare era appassionato ed esperto in materie di scherzi&affini, organizza tutto in quattro e quattr’otto. Intanto il comandante della Dreadnought, sir William May, riceve un finto telegramma firmato dal Ministero degli Esteri, telegramma nel quale si annuncia la prossima venuta del sovrano etiope accompagnato dal suo seguito.

Immediatamente ci si prepara all’evento in pompa magna. I reali ospiti vengono ricevuti con tutti i crismi alla stazione di Weymouth: in totale sono sei; Horace Cole interpreta la parte di un funzionario del Ministero degli Esteri, quindi è vestito normalmente…gli altri, compresa la Woolf, si sono dovuti annerire la faccia, applicare baffi e barbe posticce, buttarsi addosso quattro stracci variopinti sormontati da immancabili turbanti e blaterare cose incomprensibili in una lingua che, per i non addetti ai lavori, poteva essere tanto swahili quanto finlandese. In realtà i finti reali lanciavano frasi a casaccio, alcune in latino altre in greco…tipo “cogito ergo sum”, “veni, vidi, vici”, “in vino veritas” e stronzate del genere, tanto l’equipaggio non capiva un cazzo comunque.

L’allegra comitiva viene dunque fatta salire a bordo della corazzata, che ospitava tra le altre cose un bel po’ di cannoni di notevoli dimensioni. Per onorare maggiormente gli ospiti, il capitano ordina di far sventolare, insieme a quella inglese, anche la bandiera abissina ma, vuoi per l’emozione vuoi per pura coglionaggine, i marinai sbagliano e finisce che fanno sventolare la bandiera dello Zanzibar e va beh, saranno stati marinai approssimativi.

Scambi di bandiere a parte, la visita all’interno della Dreadnought procede bene, e i dignitari abissini sembrano apprezzare tutto ciò che viene loro mostrato…dico sembrano perché, come spiegato prima, nessuno capiva un accidente di quello che dicevano; in ogni caso parevano estasiati da tutto ciò che vedevano, e sottolineavano tale estasi esclamando in continuazione “Bunga! Bunga!”.

Tipo così:

“Sua altezza, alla sua destra il cannone Pinco!”

“Ohhhh, bunga!”

“E alla sua sinistra il cannone Pallino!”

“Bungaaaa!”

Bunga di qua, bunga di là, la visita viene portata a termine e l’ammiraglio chiede agli ospiti di trattenersi per pranzo, senonché comincia a piovere e, temendo che il nero sulle facce cominci a colare rivelando la loro vera identità, i falsi dignitari rifiutano cortesemente l’invito, adducendo come pretesto il fatto di non poter mangiare determinati cibi e di necessitare di tappeti per le preghiere serali. Bunga!

Il giorno dopo Horace Cole contatta la redazione del Daily Mirror (il che probabilmente equivale al chiamarsi Chiara Ferragni, tradire Fedez e andare a confidarsi con Alfonso Signorini) e racconta l’accaduto, con tanto di foto esplicativa che mostra il fasullo entourage del “sovrano” abissino al completo.

Capite bene che da quel momento in poi la Royal Navy diventa lo zimbello del paese, e viene presa per il culo in maniera abbastanza pesante, bungaaa!

Partono le indagini per scoprire l’identità degli ideatori dello scherzo (Horace Cole si era rifiutato di fare nomi e cognomi); alla fine i colpevoli vengono smascherati, ma onde evitare che si parlasse ancora della faccenda si decide per una mite punizione = alcuni ufficiali si presentano a casa dei burloni e li “sculacciano” con un bastone, probabilmente gridando “Bunga! Bunga!” per darsi un tono.

Tutto questo accadeva nel 1910, e il bunga-bunga sarebbe rimasto un toponimo o un modo divertente per riportare un aneddoto altrettanto divertente, non fosse per Berlusconi.

Dubito di dover richiamare alla vostra memoria la storia del Cavaliere e dei festini orgiastici durante i quali aveva luogo il “bunga-bunga”, che per inciso a quanto ho capito era una pratica erotica “particolare” probabilmente suggerita a Berlusconi da Gheddafi…la bellezza degli scambi culturali.

Certo è che se prima col bunga-bunga, grazie a Virginia Woolf e ad altri intellettuali di grande prestigio, si potevano prendere per il culo solo gli inglesi, beh, adesso, grazie a Silvio Berlusconi, siamo noi italiani ad essere associati a questa espressione…sempre che qualcuno non organizzi un altro scherzo, ci sono volontari?

Vi lascio con la foto dei “dignitari abissini” (la Woolf è la prima a sinistra)

bunga-bunga

e un aforisma della scrittrice per ridare un minimo di nobiltà a questo post con il quale ho dovuto rievocare episodi infelici della storia del nostro paese:

Più si invecchia, più si ama l’indecenza.

Appunto.

4 pensieri su “Cosa c’entra Virginia Woolf con Silvio Berlusconi e col “bunga- bunga”

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