Gabriele D’Annunzio, uno che è morto più volte di Taylor Forrester

C’è poco da dire: Gabriele D’Annunzio, così come Dante Alighieri, o lo ami alla follia o lo detesti. Durante gli anni del liceo per me valeva la prima che ho detto, e vale tuttora, anche se ammetto che difficilmente riuscirei a rileggere uno dei suoi romanzi e a non soccombere davanti a minuziose descrizioni tipo questa:

“(…)Sul divano, alla parete, i versi argentei in gloria della donna e del vino, frammisti così armoniosamente agli indefinibili colori serici nel tappeto persiano del XVI secolo, scintillavano percossi dal tramonto, in un angolo schietto disegnato dalla finestra, e rendevan più diafana l’ombra vicina, propagavano un bagliore ai cuscini sottostanti(…)”.
L’estratto in questione si trova a pagina 2 de “Il Piacere”, una delle opere dannunziane più note, che di pagine ne avrà almeno 300. Un libro dove i protagonisti, prima di decidere di grattarsi il mento, come minimo riflettono per almeno 35 minuti sulle sfumature di colore della tappezzeria del salotto. Tutto bellissimo ma a un certo punto io crollerei addormentata sul divano (senza badare ai bagliori propagati dalla luce del tramonto sui cuscini: sono una brutta persona, lo so).

Del resto le opinioni sul sommo Vate sono sempre state contrastanti, e da parte di fonti ben più autorevoli della sottoscritta. Per esempio ho letto un interessante articolo su Focus dove viene riportata la frase utilizzata da una certa Liane de Pougy, cortigiana, per descrivere il poeta:

Uno gnomo spaventoso con gli occhi cerchiati di rosso, senza capelli, con denti verdastri, l’alito cattivo e le maniere di un ciarlatano.”

Mmmmmmm. Ma non vi ricorda un po’…

gollum

Il mio tessssoroooooooo.

Per Ernest Hemingway invece era semplicemente “un coglione”. Non allego nessuna foto perché di coglioni (e coglione) ne conosco fin troppi, non saprei chi scegliere.

Comunque, andiamo avanti. Sul sommo Vate circa un anno e mezzo fa avevo già scritto un post, riguardante più che altro le numerose e spesso fantasiose dicerie sui suoi portentosi appetiti sessuali. Oggi lasciamo da parte le chiacchiere e il gossip e concentriamoci su un altro aspetto della sua avventurosa vita, ovvero tutte le morti; morti, sì, avete capito bene, o pensavate mica che uno come lui potesse morire soltanto una volta! Sarebbe stato davvero troppo banale.

Diciamo che lo scrittore, da sempre piuttosto affascinato dall’idea della morte, l’aveva vagheggiata in diverse occasioni e in diversi modi, ma non certo nel privato del Vittoriale (la sua magnifica e poco sobria residenza a Gardone Riviera). Infatti, ogni volta che riteneva di essere prossimo alla dipartita, D’Annunzio lo annunciava a mezzo mondo, e lo faceva in grande stile.

Bene, per chiarire meglio il tutto cominciamo subito con la

Morte numero 1

Siamo nel 1879, Gabriele ha diciassette anni, frequenta un collegio a Prato ed è già un poeta cazzutissimo: il padre se ne accorge e paga di tasca sua la pubblicazione della raccolta di versi “Primo Vere”. Il ragazzo aveva talento da vendere, ma era ancora semi-sconosciuto, quindi bisognava mettere in campo un po’ di strategia. Così è lui stesso a inviare una cartolina firmata G. Rutini (chi era costui? Bohhh) ad una celebre rivista, nella quale sono scritte le seguenti parole:

«Il giovane poeta, già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso su questo giornale, è morto, cadendo da cavallo sulla strada di Francavilla.»

Quasi quasi…chissà quante visualizzazioni otterrei sul blog se mi dichiarassi morta. “Insegnante nonché blogger quarantenne muore all’improvviso per…per”…a cavallo non ci so andare, vediamo se mi viene in mente qualcosa di sufficientemente bucolico.

Insomma, l’operazione dannunziana di marketing funziona alla grande, sennonché a un certo punto il poeta si ritrova a dover rivelare la verità, soprattutto dopo il cazziatone dei genitori che, poveracci, giustamente si spaventano quando davanti casa si forma la fila di gente pronta a fare le condoglianze.

Morte numero 2

Passiamo dal 1879 al 1906: il sommo Vate ormai gode di fama internazionale, non avrebbe più bisogno di tattiche promozionali, ma evidentemente ci ha preso gusto a morire, ed ecco che se ne inventa un’altra delle sue. Ritrovatosi a letto per una leggera ferita ad un occhio, causata dall’incauto lancio di una palla di neve ad opera di una leggiadra donzella (doveva essere una palla bella pesante, chissà cosa aveva fatto Gabriele per meritarsela), il poeta proclama di essere in punto di morte.

Seeee, va beh, esagerato. Mi vengono in mente tutti quei luoghi comuni sugli uomini che, appena hanno un raffreddore, fanno testamento e prenotano la bara…volevo sfatare questo mito ma D’Annunzio di sicuro non mi aiuta.

Certo che poi, morire per una battaglia a palle di neve…era meglio la caduta da cavallo, dai.

Morte numero 3, e 4, e 5, e 6 eccetera eccetera

Le successive morti, come avrete capito, non si contano. Se la prima in un certo senso poteva essere giustificata dal desiderio di notorietà, la seconda da una “leggera” tendenza al melodramma, la terza, la quarta e tutte le altre…beh, che dire, neanche Taylor Forrester è morta così tante volte.

Fra il 1907 e il 1910 il sommo Vate preannuncia varie scomparse, tutte predette da indovine, maghe, veggenti e sedicenti predecessori di Do Nascimento. Nel 1919 D’Annunzio precipita da una finestra e quindi, cioè, se per una palla di neve in faccia aveva quasi predisposto il funerale, figuratevi per una caduta del genere. C’è da dire poi che la faccenda della “defenestrazione” venne dibattuta e caricata a dovere, dividendo l’opinione pubblica tra coloro che credevano che il poeta fosse realmente “inciampato” sul davanzale e quelli che invece raccontavano la versione gossippara, secondo la quale Gabriele era stato scaraventato fuori da una damigella poco lusingata dai suoi approcci un po’ troppo…fisici, ecco.

Ehm, scusate, io finora ho parlato molto prosaicamente di “defenestrazione”, ma il sommo Vate, una volta ripresosi dalla commozione cerebrale conseguente all’incidente, sviluppa in merito all’accaduto un’interpretazione assai più poetica:

«Io sono Gabriele che mi presento agli dei (…), sacerdote dell’arcano e del divino, interprete dell’umana demenza, volatore caduto dall’alto, principe ed indovino.»

VOLATORE CADUTO DALL’ALTO. Quindi non VECCHIO SPORCACCIONE DALLE MANI LUNGHE LANCIATO DALLA FINESTRA. Mah, punti di vista.

In seguito il poeta avrebbe proseguito in questo divino vaneggio denominando l’episodio “Il Volo dell’Arcangelo”, ma insomma, stiamo parlando di uno che chiamava il suo pene “PERNO DEL MONDO” o anche “CATAPULTA PERPETUA” quindi no, non stupiamoci troppo. A me tra l’altro capita spesso di cadere come una stronza, non dalla finestra per fortuna (non ancora, almeno), ma semplicemente per strada, mettendo un piede davanti all’altro…d’ora in poi chiamatemi SALTATRICE ULTRATERRENA, o CREATURA BALZANTE, o qualcosa del genere.

La morte reale

D’Annunzio alla fine muore sul serio, nel 1938, senza volare da nessuna finestra, e non c’entrano nemmeno le palle di neve contundenti; la causa è una emorragia cerebrale che lo coglie mentre siede al lavoro sul suo scrittoio. Aveva 75 anni, era ormai impotente (“CATAPULTA PERPETUA ‘sto cazzo) e da diversi mesi scriveva ad amici e parenti di sentire sempre più vicina la morte; chiaramente non gli credeva più nessuno dato che rompeva le palle con questo disco rotto del “sto-per-morire” da tempo immemore.

Ebbene, come al solito ho scherzato, ironizzato e semplificato: quando scrivo di mostri sacri della letteratura preferisco sempre specificarlo, e per farvi un’idea della complessità del sentimento/ossessione dannunziani nei confronti della morte vi invito a leggere uno degli articoli dai quali ho tratto alcune delle info che mi occorrevano, qui di seguito il link da linkare.

Direi quindi di concludere questa mortifera rassegna con il solito “Ipse dixit” che il sommo Vate “dixit” su sé stesso:

“Io modesto? E’ il solo difetto che mi onoro di non avere.”

dannunzio
Immagine tratta da Wikipedia.

8 pensieri su “Gabriele D’Annunzio, uno che è morto più volte di Taylor Forrester

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