Rasputin, il santone made in Russia che proprio non voleva morire

La scorsa settimana abbiamo parlato di Gabriele D’Annunzio e della sua melodrammatica propensione agli auto-necrologi; mi pareva giusto quindi, per contrasto, scrivere di qualcuno che invece di morire proprio non ne aveva nessunissima intenzione; qualcuno di cui ho già fatto menzione in un post precedente, citando in particolare una sua parte del corpo passata alla storia per le dimensioni notevoli e ssssì, mi riferisco al pene, andate pure a rileggervi il tutto qui (P.S. vietato ai minori di 14 anni e a uomini privi di senso dell’umorismo).

Ook, credo di aver creato un livello accettabile di suspense pertanto è giusto che vi riveli il nome del quasi-immortale protagonista della storia odierna: Grigorij Efimovič Rasputin, alias “il monaco pazzo”, alias anche “il diavolo santo” e alias ancora altri rassicuranti nomignoli ottimi per intitolare dei film horror…anche se a dire il vero non ce n’era bisogno perché cioè, uno con una faccia così:

Rasputin
Immagine tratta da Pinterest

mi sembra già abbastanza spaventevole di suo. Eppure all’epoca pare che Rasputin avesse parecchio successo, soprattutto con le donne, che reputavano il suo sguardo “magnetico”. De gustibus, personalmente trovo più rasserenante l’immagine di Jack Nicholson con un’ascia in mano che sfonda la porta dicendo che è arrivato il lupo cattivo ma va beh, dettagli, proseguiamo.

Se quindi D’Annunzio pur di morire moriva per finta, Rasputin altro che morire, era una specie di X man XXL made in Russia che avrebbe fatto barba, capelli e scalpo a Wolverine&compagnia bella.

Ma andiamo con ordine.

Grigorij nasce in uno di quei villaggi russi dal nome impronunciabile che appena lo senti pensi sia un paese di merda in culo al mondo con 4 baracche messe in croce e due fili d’erba intorno. Et voilà, ecco una foto di Pokrovskoe, in Siberia:

Pakrovskoe

Se adesso è così, chissà come cazzo doveva essere nella Russia di fine Ottocento.

Grigorij è il quinto di nove figli, tutti morti tranne lui e la sorella Feodosija. A otto anni il ragazzo cade in un fiume gelato insieme al fratello Misha e indovinate un po’? Il povero Misha muore di polmonite fulminante, Grigorij si ammala e durante la degenza a letto dichiara di essere stato visitato dalla Madonna; beh, vuoi per un miracolo, vuoi per la costituzione da cinghiale (o per entrambe le cose), Rasputin sopravvive e da quel momento, preda di uno slancio mistico, si avvicina in modo un po’ ossessivo alla religione e allo spiritualismo.

Nel 1887 sposa una certa Praskov’ja Fëdorovna Dubrovina, con la quale si riprodurrà parecchio, ben 7 volte per la precisione. Tra un’inseminazione e l’altra il nostro eroe si prende degli anni sabbatici…per esempio nel 1892 pianta baracca e burattini e si rinchiude in un monastero, e chissà com’era contenta la moglie di essere periodicamente mollata a gestire casa, pargoli (molti pargoli) ed economia domestica, oltretutto in un paesino come Pokrovskome-si-chiama, dove le occasioni di svago e divertimento si sprecavano.

Nel corso di quegli anni Rasputin diventa membro dei Chlysthy, una setta eretica secondo la quale in sostanza per liberarsi del peccato fosse necessario innanzitutto conoscerlo bene, e quindi praticarlo (mica scemi, questi Chlysty); ergo, i loro raduni assomigliavano a dei rave party innaffiati di vodka, che terminavano invariabilmente in orge collettive dove tutti erano sbronzi e felici. Beh, per ottenere la salvezza eterna questo e altro.

Peregrinando di qua e di là Rasputin giunge a San Pietroburgo, dove ben presto si fa notare per le sue doti di predicatore e guaritore dallo sguardo da serial killer “magnetico”. La voce arriva alle orecchie dello zar regnante, Nicola II Romanov, e della di lui consorte, Aleksandra, e nel giro di poco tempo Grigorij diventa il loro braccio destro nonché medico di fiducia nonché consigliere nonché la zarina prima di soffiarsi il naso gli chiedeva il permesso.

I primi attentati

Un personaggio così in vista non poteva non attirarsi le antipatie dei potenti, ed è lì che cominciano i primi attentati. Nel 1912 Rasputin si reca a Pokrovskoe a trovare il padre e in quella circostanza viene assalito da una donna col volto semi-coperto che lo pugnala allo stomaco. Va precisato che Grigorij era un bestione di 190 centimetri e rotti, con una robusta costituzione, ma una coltellata è sempre una coltellata…per i comuni mortali, almeno. Rasputin incassa il colpo, tuttavia riesce subito a scappare e nella concitazione della fuga fa pure in tempo ad acchiappare un bastone da terra e a randellare l’assalitrice di santa ragione; la disgraziata per poco non ci lascia le penne mentre Grigorij finisce in ospedale, dove si diverte a sedurre tutte le infermiere col suo tipico sguardo da “voulez vous coucher avec moi”:

Rasputin
Immagine tratta da Wikipedia.it

Qualche tempo dopo, durante una festa, un tizio che faceva parte della Duma (assemblea legislativa russa) gli punta addosso una pistola. Rasputin non si scompone e anzi, lo esorta a “premere il grilletto” sfoggiando una delle sue migliori poker face. Quello spara ma il colpo non parte. Grigorij gli chiede di sparare nuovamente e nuovamente nisba, non succede nulla. A quel punto il monaco afferra la pistola e scarica un proiettile contro il soffitto, mentre tutti i presenti pensano l’equivalente di “porca troia” in russo.

L’omicidio

Nonostante le scoraggianti premesse nel 1916 l’aristocratico Feliks Jusupov ci riprova, organizzando una congiura alla vecchia maniera, con tanto di pasticcini avvelenati e vino rosso aromatizzato ai cristalli di cianuro. Il piano è il seguente: Jusupov convince Rasputin a raggiungerlo nel suo palazzo, col pretesto di volergli presentare la moglie, tale Irina Aleksandrova, che si diceva fosse la donna più bella di San Pietroburgo. Alla prospettiva di una serata a base di alcool, carboidrati e affascinanti donzelle il monaco non sa dire di no ( e poi c’era la storia della profonda conoscenza del peccato), quindi all’una di notte arriva a casa dell’attentatore pronto a gozzovigliare fino al mattino.

Jusupov lo fa accomodare in una sala seminterrata e insonorizzata, mentre i suoi complici aspettano al piano di sopra. Dopo un’ora di tarallucci e vino senza olio di palma ma con l’80% di cianuro Rasputin è completamente ciucco ma continua a conversare in scioltezza di politica e massimi sistemi: l’attentatore comincia a preoccuparsi. Va a consultarsi con gli altri congiurati i quali, tra il vedere e il non vedere (e poi era finito il cianuro), stabiliscono di usare una pistola. Jusupov torna dal suo ospite e senza tanti complimenti lo spara, centrando lo stomaco; Rasputin si accascia e l’altro sale dai compagni per festeggiare.

Se anche voi, come la sottoscritta, avete visto migliaia di film horror e thriller, allora anche voi, come la sottoscritta, quando i protagonisti sparano al serial killer di turno e poi se ne vanno belli tranquilli ad avvisare la polizia, avrete gridato migliaia di volte:

“Nooooooooo! Coglione! Dove vai???”

Perché si sa, il serial killer di turno ha sette vite come i gatti, e per essere sicuri della sua morte bisogna spararlo almeno altre dieci volte, tutte alla testa. Se c’è un’ascia nei paraggi, ancora meglio, così si può passare direttamente alla decapitazione: un po’ splatter ma efficace.

Jusupov&company evidentemente non avevano visto abbastanza film; infatti, dopo aver brindato alla dipartita di Rasputin, scendono dabbasso per ritirare il cadavere e quando si avvicinano il monaco spalanca gli occhi, urla “Ti spiezzo in due”, dà un paio di schiaffoni a destra e a manca, poi si alza e scappa…tutto questo con un proiettile nello stomaco e un quantitativo di cianuro in circolo che avrebbe ammazzato venti elefanti.

I congiurati lo inseguono e sparano nuovamente, colpendo Rasputin alla schiena e nell’occhio destro, dopodiché, visto che ormai hanno imparato la lezione, gli appioppano un bel po’ di bastonate random. Il monaco sembra davvero morto: il cadavere viene gettato in un fiume e una volta ripescato si effettua l’autopsia, dalla quale incredibilmente emerge che non risultavano tracce di cianuro nel sangue e che Rasputin era morto VENTI MINUTI dopo aver ricevuto l’ultimo proiettile. Nel caso vogliate commentare, “porca troia” in russo si dice così: rasputnaya suka.

Bene, per saperne di più vi invito a guardare lo speciale SuperQuark di Piero Angela “Il caso Rasputin”, su You Tube:

Buona visione e tanti saluti da Rasputin!

Rasputin
Immagine tratta da Pinterest

8 pensieri su “Rasputin, il santone made in Russia che proprio non voleva morire

  1. Dov’è che ci si iscrive agli Chlyshty? Rasputin è un personaggio leggendario, sembra una storia medievale eppure sono passati solo 100 anni… comunque se aspettavano un annetto ci avrebbero forse pensato i bolscevici ad ammazzarlo: o forse i suoi consigli avrebbero salvato zar e zarina. Un uomo di dimensioni notevoli!

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