La Divina Commedia Approssimativa, Inferno, canto I: la cazzo di selva oscura

Oggi sono lieta di annunciare la nuova rubrica del blog: la Divina Commedia Approssimativa. Una rubrica per chi, come la sottoscritta, ha tribolato non poco sui sudati canti del Sommo Poema, smadonnando ogni volta che non capiva il significato di una parola, andava a leggere la nota corrispondente e si ritrovava davanti un saggio critico-a-tratti-enciclopedico lungo quanto la Commedia stessa. Così mi sono riproposta l’ambizioso progetto di scrivere il commento approssimativo dei più bei canti di quest’opera…sempre che il Corona-virus mi risparmi la vita e che Dante non mi lanci invettive alla Morgan dall’Oltretomba:

ma insomma, spero che sia in Paradiso e che almeno lì Beatrice non lo abbia friendzonato.

Il tutto sarà corredato dalle foto del libro sul quale io e mia sorella abbiamo studiato durante gli anni del Liceo, che riporta le tracce di quello che io definisco “un intenso lavoro di matita”…poi capirete perché.

Bene, cominciamo quindi dalla parte più “divertente”: il primo canto dell’Inferno e quella cazzo di selva oscura.

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Ecco un autoritratto della sottoscritta, con la classica espressione di chi, piuttosto che studiare Dante, farebbe un bagno nelle acque putride del Gange.

Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita.

Siamo appena all’inizio ma una sola terzina dantesca è più che sufficiente per imbastire un saggio critico di almeno 150 pagine. Intanto, la locuzione “Nel mezzo del cammin di nostra vita” serve a indicare l’età che ha Dante quando compie il suo viaggio ultraterreno, ovvero 35 anni. La “selva oscura” non è una foresta amazzonica ma una metafora per indicare un “periodo di traviamento morale e intellettuale del poeta” (cit. Natalino Sapegno) e quindi, in altre parole, un po’ di sana vita spericolata, il classico mix di droga, sesso & rock’n’roll e tutto quello che era possibile fumare e bere nell’Italia del 1300.

Dante prosegue, dicendo che questa selva è spaventosa, e che non ricorda come ci sia finito. A un certo punto, cammina-cammina, arriva ai piedi di un colle e scorge i “raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogne calle”: abituatevi a questi giri di parole infiniti perché parlare semplicemente di Sole sarebbe stato troppo facile e non abbastanza poetico, e poi invece che Divina l’avrebbero chiamata la Commedia Cialtrona, povero Dante!

Il poeta, contento come uno che esce da un parcheggio sotterraneo e vede la scritta “EXIT”, si avvia verso la luce, ma all’improvviso, così, dal nulla, gli si parano davanti tre bestie selvagge: una lonza (ssssì, lo so, anche io ho pensato a quella di maiale fatta a scaloppine, in realtà si tratta di una specie di leopardo), un leone e una lupa. Dante in pratica naviga nella moltitudine delle oscure deiezioni che son cagion di aspro olezzo, cioè in un mare di MERDA.

Ovviamente, simbologia a vagonate: la lonza rappresenta la lussuria, il leone la superbia, la lupa la cupidigia. Il sommo poeta se la cava con gli endecasillabi ma non è mica Sandokan, per cui la sua reazione è quella di retrocedere, e alla svelta pure. Fortunatamente dall’ombra spunta fuori un tipo misterioso e Dante subito grida:

“Miserere di me (…) quel che tu sii, od ombra od omo certo!”

che in pratica significa:

“Uomo o zombie che tu sia, AIUTAMI, CAZZO!”

E quello, invece di presentarsi con nome e cognome, la prende alla lontana, partendo dal suo albero genealogico:

“Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patria ambedui. Nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto nel tempo de li dei falsi e bugiardi. Poeta fui, e cantai di quel giusto…” eccetera eccetera. Peggio della presentazione di Daenerys Targaryen, nata dalla tempesta, prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini e buonanotte.

Dante, che nel frattempo miracolosamente non si è addormentato ma ha ascoltato con attenzione le parole dell’uomo, fa due più due e capisce di aver appena incontrato Virgilio, che, tanto per capirci, per l’epoca cui facciamo riferimento era come imbattersi nello spirito di una rockstar defunta, tipo John Lennon o Jimi Hendrix:

“Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore; tu se’ solo colui da cu’ io tolsi lo bello stilo che m’ha fatto onore.”

Terminati i convenevoli e le sviolinate, l’Alighieri si ricorda che non sta messo bene, con tre bestie feroci alle calcagna:

“Vedi la bestia per cu’ io mi volsi: aiutami da lei, famoso saggio, ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.”

Il sommo si sta riferendo alla lupa (che ricordate, rappresenta la cupidigia), l’animale che teme maggiormente, e la risposta di Virgilio non è ermetica: peggio. Molto peggio. Lo scrittore latino infatti inizia a vaneggiare di veltri, feltri, amore e virtute, tirando fuori a un certo punto nomi di gente sconosciuta tipo Cammilla, Turno, Eurialo e Niso, roba che per capirci qualcosa devi studiare un trattato di teologia e rileggere l’intera Eneide. In sostanza comunque, il succo è questo:

“Caro il mio Dante, sei stato molto cattivo e adesso ti devi redimere perciò, per uscire da questa situazione, ti propongo un bel trekking catartico attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso. Vedrai un sacco di brutta gente però dopo arriva Beatrice, ok?

Ma non si poteva uscire dal retro?

Va beh, non è che ci sia l’imbarazzo della scelta, e poi la parola magica per zittire Dante era Beatrice, quindi l’Alighieri così risponde:

“Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti a ciò ch’io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dove or dicesti, sì ch’io veggia la porta di San Pietro e color cui tu fai cotanto mesti.”

Della serie: “In nome del cielo, se proprio non si può fare altrimenti andiamo, che ti devo dire. Però promettimi che mi presenti San Pietro.”

“Allor si mosse, e io li tenni dietro.”

Il primo canto della Divina Commedia Approssimativa termina qui, nella prossima puntata ne sceglierò un altro un po’ più movimentato, promesso. Fatemi sapere se l’idea della nuova rubrica vi piace (se non vi piace tanto continuo lo stesso) e vi lascio con un’ultima foto delle mie sudate (e soprattutto pasticciate) carte:

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L’intenso lavoro di matita di cui vi parlavo…

6 pensieri su “La Divina Commedia Approssimativa, Inferno, canto I: la cazzo di selva oscura

  1. Ah, che meraviglia! Abbiamo studiato nella stessa edizione della Divina Commedia, sudatissime carte… Però a me, concittadina di Dante, la lonza faceva e fa veramente paura, perché la lonza altro non è che la maniglia dell’amore, la pancia cicciuta tipo omino Michelin. Che io, modestamente, ho da sempre.

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