La Divina Commedia Approssimativa, Inferno, Canto III: Caronte e le rispostacce di Virgilio.

Come promesso, dopo aver raccontato la scorsa settimana la vita spericolata di Benvenuto Cellini, riprendiamo la rubrica La Divina Commedia Approssimativa, saltando a piè pari il secondo canto perché due palle: Dante, persuaso da Virgilio a intraprendere un faticosissimo trekking per arrivare fino in Paradiso, comincia ad avere dubbi. Si guarda un po’ intorno e fermate dell’autobus non ce ne sono, di taxi nemmeno l’ombra…vuoi vedere che zio Virgilio ha tutte le intenzioni di scalare quella specie di Himalaya che si ritrovano di fronte A PIEDI?Tuttavia, per non fare la figura dello sfaticato, s’inventa la gigantesca balla del non essere degno di un onore del genere, spettato in precedenza solo a Enea e San Paolo (“io non Enea, io non Paulo sono”); per intenderci, un po’ la vecchia scusa del “ti lascio perché non ti merito”.

Insomma, l’Alighieri se la tenta, ma zio Virgilio non è mica morto ieri, e per zittirlo gli rifila il consueto spiegone metafisico/teologico che termina con la parola magica: Beatrice. Al solo sentire il nome dell’amata, il sommo poeta perde magicamente la favella, e si avvia a denti stretti sperando almeno che sia prevista la pausa pranzo.

Dante già di base non moriva dalla voglia di iniziare questa escursione, figuratevi quando al principio del III canto davanti alla porta dell’Inferno legge le seguenti frasi:

“Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente.”

Città dolente? Eterno dolore? Perduta gente? Andiamo bene.

Seguono altri versi criptici che terminano con la terzina dell’orrore:

(…)”dinanzi a me non fuor cose create se non etterne e io etterno duro. Lasciate ogni speranza voi ch’entrate.”

Mah. Un “Do not disturb” sarebbe bastato, ma sapete com’è, all’Inferno ci vanno giù pesante, con le parole.

A Dante viene un bell’attacco d’ansia, che cerca di mascherare col suo solito giro di endecasillabi:

“Queste parole di colore oscuro vid’io scritte al sommo d’una porta; per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro.”

Come sempre Virgilio lo liquida in quattro e quattr’otto, ricordandogli per l’ennesima volta che stanno entrando nell’Oltretomba, e che quindi non si aspetti cascate di coriandoli e gente allegra in ogni dove, anzi:“tu vedrai le genti dolorose c’hanno perduto il ben de l’intelletto”,

pertanto zitto e continua a camminare.

“Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l’aere sanza stelle, per ch’io al cominciar ne lagrimai.”

La situazione non migliora. Una volta superata la temibile porta, si sente un tripudio di urla disperate e lamenti, al che giustamente il povero Dante attacca a piangere:

“Maestro, che è quel ch’io odo? E che gent’è che par nel duol sì vinta?”

Parafrasando: zio, ma dove cazzo mi hai portato?

Virgilio pazientemente illustra all’allievo a chi appartengono quelle angoscianti grida: si tratta degli ignavi, “coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo”…né carne né pesce, persone vili, prive di coraggio e di interesse per la vita, “anime sciagurate ugualmente disdegnate da Dio e dai diavoli” (cito Sapegno che lo sa dire meglio di me, va).

Questi disperati sono condannati a correre in continuazione dietro un’insegna, mentre “mosconi” e “vespe” pungono il loro viso rigandolo di sangue “che, mischiato di lagrime, ai lor piedi da fastidiosi vermi era raccolto.” Eh, brutta cosa il contrappasso.

Guardandosi intorno Dante nota inoltre un gruppetto di gente in fila davanti alla riva di un fiume, e subito chiede a Virgilio cosa stiano facendo, aspettandosi in risposta il classico pippone metafisico che parte dalle origini del mondo; invece il poeta latino, inspiegabilmente colto da un raptus di acidità e dai sintomi dell’andropausa, lo secca dicendo:

“Le cose ti fier conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d’Acheronte.”

In italiano approssimativo:“Ehhh mo’ te lo dico, aspetta un attimo, che ansia!”

Dante ci rimane di merda, tant’è che non profferisce parola per tutto il tragitto fino al fiume (l’Acheronte, appunto). Giunti davanti alla riva, ecco che si avvicina una navetta turistica guidata da Caronte, ovvero la versione maleficent di Capitan Findus, che accoglie i visitatori con dei poco simpatici convenevoli:

“Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: (…) e tu che se’ costì, anima viva, pàrtiti da cotesti che son morti.”

Insomma, di un passaggio non se ne parla proprio, questo è il succo del discorso: il tour sull’Acheronte è riservato solo ai morti, mentre Dante è vivo e vegeto. A quel punto interviene zio Virgilio il quale, ancora pervaso dall’acidità di cui sopra, smerda il traghettatore con una terzina di tutto rispetto:

“Caròn, non ti crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.”

che si può riassumere in un’unica, incisiva e sempre efficace espressione:

Caronte, fatti i cazzi tuoi.

Il malvagio nocchiero trattiene due o tre bestemmie e si limita a incenerire Dante e Virgilio con lo sguardo, dopodiché a pronunciare anatemi e parolacce di ogni tipo ci pensano le anime in attesa di traghettatura, che già per il fatto di essere morte sono incazzate nere; oltretutto son finite all’Inferno e mentre quei due matusalemme sparano endecasillabi in rima per non mandarsi semplicemente affanculo, loro si stanno pure cagando dal freddo:

“Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti (…) bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme di lor semenza e di lor nascimenti.”

Caronte finalmente le fa salire a bordo e parte. Nel frattempo l’acidità del PH di zio Virgilio si è attenuata e il poeta latino si rivolge nuovamente a Dante con fare gentile, spiegandogli che appunto il traghettatore aveva il compito di far transitare le anime defunte “ne l’ira di Dio” da una sponda all’altra dell’Acheronte. E ‘sti cazzi, pensa Dante, ormai ci ero arrivato da solo.

A un certo punto però:

(…)”la buia campagna tremò sì forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor mi bagna. La terra lagrimosa diede vento, che balenò una luce vermiglia la qual mi vinse ciascun sentimento; e caddi come l’uom cui sonno piglia.”

In sostanza, parte una specie di burrasca associata ad un bel terremoto, e ci sta, mica si chiamava Inferno a caso. L’Alighieri non ne può più, tra zombie, traghettatori maleducati e rispostacce di zio Virgilio, ci mancava solo lo tsunami. Il poeta sviene, e non sarà l’ultima volta, anche perché negli appunti “smatitati” sul libro leggo vagamente che ” lo svenimento è un pretesto di Dante, lo usa laddove manca una spiegazione dotta”. Concetto un po’ fumoso, di quelli che se li sfoggi durante l’interrogazione e l’insegnante scava con ulteriori domande per capire se lo hai capito (in che senso dotta spiegazione? Cosa doveva spiegare in questa circostanza Dante?), immancabilmente ne vien fuori che non hai capito un cazzo.

dante

Ci risentiamo al prossimo giro, o meglio, al prossimo girone (infernale), vuolsi così colà dove si puote!

7 pensieri su “La Divina Commedia Approssimativa, Inferno, Canto III: Caronte e le rispostacce di Virgilio.

  1. Quando studiavo la Divina Commedia mi chiedevo sempre come suonavano le bestemmie nella Firenze del ‘300. Perché quelle della Firenze del 2020 sono sempre incredibilmente fantasiose, ma con l’inventiva di Dante e tutto il circolo (Guido, tu, Lapo e io…) chissà cosa avevano tirato fuori.

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  2. Grazie a questo articolo dopo la quarantena forzata dovrò tornare in ufficio mi immaginerò il contrappasso dei colleghi ignavi e le giornate mi passerranno più in fretta ahahah

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