“Il Piacere” di D’Annunzio, ovvero quando vuoi fare il Don Giovanni ma non c’hai la stoffa, parte 1

Qualche mese fa, in tempi ancora non sospetti, ho scritto un post sui libri piuttosto impegnativi che mi attraevano negli anni dell’adolescenza e che adesso non rileggerei nemmeno se fossi costretta all’isolamento in casa per un’epidemia globale. Per esempio, mi sono ricordata di un romanzo di Jack London, “Martin Eden” (da cui è stato tratto anche un film che, se riesco a ritagliarmi un’oretta di tempo tra un “ok, ho visto due puntate di Vikings, adesso che cazzo faccio” e un “figo, oggi giorno di lavatrice”, giuro che lo guardo, ma non vi prometto niente): al liceo lo avevo letteralmente divorato, appassionandomi alle vicende amorose e didattiche di quel timido giovanottone dai modi rustici; di recente ho provato a rileggerlo e sono svenuta a pagina 3. Troppo verboso, troppe descrizioni, troppe riflessioni, troppo di tutto per i miei attuali gusti. Bellissimo ma non fa più per me.

Stessa cosa per quanto riguarda un altro celebre volume che ha accompagnato la mia crescita: “Il piacere” di Gabriele D’Annunzio, autore del quale ho già parlato in due post (qui e poi ancora qui). Credo di averlo letto intorno ai sedici anni, innamorandomi inspiegabilmente di quelle frasi ampollose e di quei periodi ricercati che descrivevano languori, sospiri e stati d’animo perennemente esanimi. Per capirci, ecco l’incipit del libro, che richiede come minimo l’utilizzo di un vocabolario più una laurea in storia dell’arte:

“L’anno moriva , assai dolcemente. Il sole di San Silvestro spandeva non so che tepor velato, mollissimo, aureo, quasi primaverile, nel ciel di Roma. Tutte le vie erano popolose come nelle domeniche di Maggio. Su la piazza Barberini, su la piazza di Spagna una moltitudine di vetture passava in corsa traversando; e dalle due piazze il romorio confuso e continuo, salendo alla Trinità de’ Monti, alla via Sistina, giungeva fin nelle stanze del palazzo Zuccari, attenuato. Le stanze andavansi empiendo a poco a poco del profumo ch’esalavan ne’ vasi i fiori freschi. Le rose folte e larghe stavano immerse in certe coppe di cristallo che si levavan sottili da una specie di stelo dorato slargandosi in guisa d’un giglio adamantino, a similitudine di quelle che sorgon dietro la Vergine del tondo di Sandro Botticelli alla Galleria Borghese.”

Immagini splendide, per carità, ma arrivata allo “stelo dorato che si slarga in guisa d’un giglio adamantino” sono soccombuta (non penso sia un termine esistente ma visto che tutti usano alla cazzo il “piuttosto che” io potrò benissimo inventarmi un participio passato, no?).

Tuttavia, a parte il diffondersi del profumo dei fiori, il romorio delle vetture e le colte citazioni, ne “Il Piacere” succede anche qualcosa; ci sono infatti dei personaggi molto ben caratterizzati e pure degli intrighi amorosi che in confronto quelli di Temptation Island sono roba da chierichetti.

Ma procediamo con ordine.

La storia si svolge nella Roma di fine Ottocento. In un salotto extra-lusso di un palazzo altrettanto extra-lusso, il giovane nababbo Andrea Sperelli osserva le ombreggiature tra le pieghe delle tende delle finestre, pensa a quanto sono poetici i giochi di chiaro-scuro, si lascia avvolgere dal profumo quasi stordente dei fiori freschi e nel frattempo aspetta che arrivi Elena Muti, la sua ex-amante, con la quale ha fissato un appuntamento.

Per ingannare l’attesa, comincia un flashback di quelli potenti, quelli che, per intenderci, quando finiscono non ti ricordi più com’era iniziato il libro. Lo Sperelli ricorda l’ultimo incontro con Elena, avvenuto l’anno precedente, in una carrozza. Ricorda addirittura il mantello di lontra dal quale era avvolta la donna, il profumo di eliotropio (elio-cosa? Boh, Google spiega che si tratta di una forma di calcedonio. Calce-cosa? Boh, ci rinuncio) “esalante dalla pelliccia, le mani chiuse nel camoscio”…ma il WWF in tutto ciò? Va beh, velocizziamo. Tra un sospiro e l’altro Elena usa delle eleganti parafrasi per friendzonare Andrea, dicendo vagamente che deve partire (ma non si capisce dove). Il ragazzo si ribella, cerca di risvegliare in lei vecchie memorie suine; Elena inizialmente pare gradire poi a un certo punto esclama:

Ho sete. Dove si può chiedere acqua?”

Mmmmmm. Bene ma non benissimo.

Insomma, tra sussurri e fremiti vari, e dopo una solenne pomiciata alla Via col Vento, i due si salutano.

Ritorniamo improvvisamente nel salotto dal quale siamo partiti. Dopo eterni minuti di attesa, durante i quali Sperelli riflette anche sul fatto che Elena adesso è una rispettabile donna sposata, eccola che arriva, un po’ trafelata a dire il vero. Andrea nota subito che non usa più il profumo all’eliotropio e prova un certo disappunto, dopodiché si adopera alacremente  per entrare di nuovo nelle grazie mutande dell’ex-amante ma niente da fare, Elena lo respinge. Infine lui, non concependo l’idea che magari la Muti volesse semplicemente farsi una chiacchierata, chiede:

“Oh, ma sei venuta pensando che avremmo giocato a Monopoli?”

E lei risponde una cosa tipo:

“Sai, volevo dirti che non potremo più vederci. Però ti amo. E comunque vada per il Monopoli.”

Il vaffanculo non era contemplato nel vocabolario dannunziano e in uno scenario del genere, così voluttuoso e profumoso, avrebbe stonato un po’, ma Sperelli senza dubbio lo pensa mentre avvia le procedure per congedare la donna: chiama una carrozza, l’aiuta a infilarsi il cappotto, le consegna un mazzo di rose e la accompagna di sotto, da autentico gentleman.

Elena ormai è andata; il romanzo ha un momento (abbastanza lungo) di stallo, durante il quale si parla della storia della famiglia di Andrea, prendendola alla lontana, e per lontana intendo che D’Annunzio risale ad un antenato del 1466. Dopo esserti sorbita mezzo albero genealogico capisci dove si vuole andare a parare: in pratica viene tratteggiata/giustificata la personalità del protagonista, che ha subito fortemente l’influenza del padre, il quale era solito dirgli:

“Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte.”

Frase densa di significato, che Andrea, alla luce di ciò che succederà in seguito, interpreta più o meno così:

“Tromba il più possibile.”

E in effetti la giovinezza dello Sperelli è allietata da parecchie conquiste galanti. Poi una sera il giovane viene invitato a cena da una nobile marchesa e qui incontra Elena. Si tratta di un colpo di fulmine, tanto che appena la vede egli pensa:

“Ecco la mia donna.”

Il corteggiamento è serrato fin dal principio, ma mai troppo esplicito, sempre bisbigliato, insinuato: tutto un continuo turbamento scandito da sfioramenti vari, e il massimo dell’erotismo è raggiunto grazie a qualche sporadico baciamano. Una sera, poi, avendo saputo che la donna ha un po’ di febbre, Andrea va a trovarla, la stordisce con due pastiglie di Tachipirina e scoppia la passione. Ne segue una intensa ma breve relazione, interrotta dalla improvvisa e misteriosa partenza di Elena.

Sperelli è disperato ma deve pur passare il tempo in qualche modo, e lo fa portandosi a letto mezza Roma (dell’altra mezza se n’era già occupato prima della liaison con la Muti), senza indagare se ogni concupita ha il cuore libero oppure ha marito. Succede quindi l’inevitabile: il nostro Don Giovanni viene sfidato a duello da un consorte geloso, dimostrando di avere dimestichezza solo con un certo tipo di spada; infatti la tenzone termina a sfavore di Andrea causa “ferita toracica, al quarto spazio intercostale desto, penetrante in cavità, con lesione superficiale del polmone” .

Non penserete mica che si farà scoraggiare da un polmone offeso…nella seconda parte del post vedrete che, anche da convalescente, il buon Sperelli riuscirà a incasinarsi la vita peggio di quando era in perfetta salute.

Mentre rifletto se poggiare il deretano sul lato destro del divano o su quello sinistro, vi lascio il consueto blog-consiglio: visto che dobbiamo stare in casa, tanto vale provare nuove ricette, e quelle di Elvira di Gratinando e pasticciando sono semplici, veloci e sfiziose (e detto da me che in cucina sono più approssimativa che mai vale ancora di più).

Meme approssimativa:

dannunzio

 

 

 

13 pensieri su ““Il Piacere” di D’Annunzio, ovvero quando vuoi fare il Don Giovanni ma non c’hai la stoffa, parte 1

  1. Il Piacere è stato il mio libro preferito per anni, ancora sogno una passione così torbida e voluttuosa, ma non credo lo rileggerei ora, per cui aspetto la prossima puntata con il tuo riassunto approssimativo

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  2. Posso dire il mio primo pensiero quando ho visto il faccione di D’Annunzio? Che in questo momento vorrei fare la quarantena al Vittoriale: vista lago, parco immenso, cinema e teatro personale, un aereo e un sommergibile in salotto, una nave intera incastonata nel giardino… ah, la sua sobrietà!

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