La Divina Commedia Approssimativa, Inferno, canto settimo: welcome to the jungle.

Dopo aver ascoltato la struggente storia di Paolo e Francesca, nel quarto canto, ed essere svenuto causa eccesso di empatia, Dante si risveglia non nel suo cazzo di letto, come spera ogni santa volta che si riprende da questi fantomatici svenimenti, ma nel terzo cerchio dell’Inferno, in mezzo a “novi tormenti e novi tormentati”. Per di più c’è un freddo boia e piove “grandine grossa, acqua tinta (=sporca, evviva) e neve”, tuttavia zio Virgilio non sembra intenzionato a procurarsi un ombrello. Insomma, welcome to the jungle nel girone dei golosi, dove risiedono nell’ordine:

  • Cerbero, un simpatico cane con tre teste che passa il tempo squartando e scuoiando le anime dei morti
  • I golosi, ovviamente, tra cui un certo Ciacco, noto scroccone di Firenze

I due concittadini si scambiano qualche convenevole (anche se a onor del vero Dante prova a far finta di non riconoscerlo e passare dritto ma all’Inferno non esistono cellulari con i quali millantare la lettura di importantissimi messaggi  su whatsapp): Ciacco gli rifila un pippone storico-didascalico sulla situazione politica e civile di Firenze, che stranamente non gli provoca alcun tipo di stordimento; segue un breve scambio di info con zio Virgilio su quale sarà il destino dei dannati dopo il Giudizio Universale (ve lo dico in due parole: sarà peggio, molto peggio) e passiamo quindi al settimo canto, ovvero al quarto cerchio.

Anche qui, l’accoglienza non è delle migliori: Dante e zio Virgilio vengono sorpresi da un lupo parlante che si chiama Pluto e no, non è quello di Topolino. Questo Pluto dell’Oltretomba sta a simboleggiare la “brama di ricchezza”, e non è in vena di visite, perché uno che quando ti vede urla:

“Papé Satàn, papé Satàn aleppe!”

boh, non si capisce granché ma la parola Satàn non fa presagire nulla di buono. Dante infatti innesta la retromarcia ma zio Virgilio lo blocca subito, dicendogli che risolverà la questione con la sua consueta diplomazia. Quindi si rivolge a Pluto:

“Taci, maladetto lupo;/consuma dentro te con la tua rabbia./Non è sanza cagion l’andare al cupo:/vuolsi ne l’alto, là dove Michele/fe’ la vendetta del superbo strupo.”

Insomma, la solita solfa: Pluto, vuolsi così colà dove si puote e fatti i cazzi tuoi, torna a Topolinia.

L’animale improvvisamente comincia a scodinzolare e i due poeti possono procedere nel cammino.

Come ho detto prima, ci troviamo nel quarto cerchio, quello che raccoglie gli avari e i prodighi, e che cosa ha riservato per loro il gioioso contrappasso? In pratica entrambi girano in tondo spingendo in avanti col petto dei pesi enormi; a una certa, essendo un cerchio, le file si incontrano o meglio, si scontrano; a quel punto tutti quanti si mandano affanculo vicendevolmente scambiandosi insulti di ogni tipo, poi si voltano, rifanno il girotondo, si ribeccano e via parolacce e improperi vari…e così all’infinito, come i decreti di Conte.

In cotanta baraonda Dante nota che alcuni dei defunti sfoggiano la classica tonsura da chierico, e chiede a zio Virgilio se anche i parrucchieri all’Inferno fanno il cazzo che vogliono o se si tratti di ex-membri della chiesa.

“Questi fuor cherci” risponde il poeta latino “che non han coperchio/piloso al capo/e papi e cardinali/in cui usa avarizia il suo soperchio.”

In sostanza, ce n’è per tutti i gusti: preti, papi, cardinali, pure il reverendo di Settimo Cielo. Dante, che non vede l’ora di tornare a Firenze per spettegolare su quelli che ha incontrato nell’Oltretomba, furbamente osserva:

“Maestro, tra questi cotali/dovre’ io ben riconoscere alcuni/che furo immondi di cotesti mali.”

Ma zio Virgilio smorza subito l’entusiasmo, spiegando che i peccati commessi in vita li hanno resi irriconoscibili dopo la morte, quindi è perfettamente inutile che Dante si atteggi a paparazzo della situazione: non riconoscerà nessuno.

Fallito il tentativo di fare un po’ di sano gossip, il nostro eroe si rassegna e, tanto per cambiare, propone alla sua guida di fornirgli delucidazioni su un argomento in particolare:

“Maestro”(…), or mi di’ anche:/questa Fortuna di che tu mi tocche/che è ha, che i ben del mondo ha sì tra branche?”

Mai l’avesse fatto. Zio Virgilio parte con un discorso che in confronto quello di Conte l’altra sera alla camera sembrava una poesia di Ungaretti. La Fortuna, per riassumerla alla Sapegno, cioè “quella dea volubile e cieca che tiene in sua balia i beni mondani e li distribuisce a caso”, nella Divina Commedia è descritta come uno “strumento della Provvidenza obbediente alla volontà di Dio”, quindi se avete delle rimostranze in merito alle modalità con le quali viene smistata la ricchezza beh, ecco, la risposta è sempre quella: vuolsi così colà dove si puote e ciao povery.

Miracolosamente stavolta Dante non sviene e meno male, perché sarebbe crollato nelle acque luride e fangose della palude dello Stige, presso la quale i due poeti sono appena giunti:

“In la palude che v’ha nome Stige/questo tristo ruscel(…)/vidi genti fangose in quel pantano,/ignude tutte, con sembiante offeso./Queste si percotean non pur con mano,/ma con la testa e col petto e coi piedi,/troncandosi co’ denti a brano a brano.”

Un altro scenario “giunglesco”: un pantano melmoso e puzzolente che assomiglia alla Tana delle Tigri, dato che le anime qui immerse non fanno altro che spintonarsi, darsi calci e mordersi reciprocamente. Mentre Dante soffoca conati di vomito, il buon Virgilio spiega che si tratta delle “anime di color cui vinse l’ira”: gli iracondi, appunto. E in mezzo a quelli che rissano si indovina la presenza sott’acqua di “gente che sospira”, e che fa “pullular (=gorgogliare) quest’acqua al summo”.

E chi sono costoro? Iracondi timidi? Iracondi meno iracondi degli altri iracondi?

Eh, bella domanda.

Pensate che per rispondere alcuni studiosi e critici hanno addirittura scomodato una teoria di Aristotele, che distingueva gli irosi in acuti (“che prontamente s’accendono”), amari (“che reprimono lo sfogo esteriore”) e difficili (“che non trovan pace finché non siano riusciti a vendicarsi sui loro nemici”). Quelli che non sono visibili e fanno ribollire l’acqua dello Stige sarebbero pertanto gli “amari”. Forse. Beh, direi di rimanere col dubbio e accontentarci di aver imparato una cosa nuova, da sfoggiare eventualmente quando lo stronzo di turno affacciato al balcone per contare le volte che sei uscito col cane urlerà qualcosa di inintelligibile e voi direte :

“Tu sei certamente un iracondo acuto!”

…volendo esagerare poi potrete aggiungere il solito “vuolsi così colà dove si puote” e farete un figurone.

Ebbene, il settimo canto approssimativo termina qui, spero di aver allietato la vostra quarantena e di avervi distolto per un attimo da faccende domestiche/culinarie/librarie/netflixiane eccetera.

Credo che la prossima puntata verterà sul decimo canto, guest-stars gli epicurei, Farinata degli Uberti e il padre di Guido Cavalcanti, che si chiama, viva la fantasia, Cavalcante.

Baci e abbracci a distanza!

 

 

 

 

4 pensieri su “La Divina Commedia Approssimativa, Inferno, canto settimo: welcome to the jungle.

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