Fare la spesa ai tempi del corona-virus: l’uovo di Pasqua e l’assalto al lievito

Ieri pomeriggio sono andata a fare la spesa settimanale. Ultimamente se ne stava occupando mio marito, io non più da almeno dieci giorni, causa anche uno strappo alla schiena che mi sono procurata durante una delle mie sedute di yoga approssimativo (e no, non ho cominciato a praticarlo in questo periodo, ho iniziato l’estate scorsa quando il saluto al sole era qualcosa di più realistico, adesso si è trasformato in saluto-al-soffitto-della-camera-da-letto).

Non che queste spedizioni al supermercato mi rigenerino chissà quanto, anche perché le uscite che mi mancano sono di ben altro tipo (aperitivi con le amiche, cene fuori, viaggi). Però erano le quattro del pomeriggio, avevo trascorso l’intera mattinata in video-conferenza con i miei alunni accorgendomi a un certo punto che nelle lezioni preparate tempo fa c’erano errori cosmici (tipo Leonida, un re spartano che muore in una battaglia e poi magicamente riappare in quella successiva, ehm, no, scusate ragazzi, non è risorto, ho sbagliato a scrivere), non avevo voglia di leggere né di guardare serie tv o film e quindi, alla fine, dato che la dispensa necessitava un rimpinguamento urgente, ho deciso di staccare il culo dal divano e muovermi.

Fare la spesa è una cosa che non mi è mai piaciuta più di tanto, perché odio gli assembramenti (ecco, l’ho detto) e non riesco mai ad andare in orari tipo le due o le tre del pomeriggio, quando c’è poca gente. Ebbene, ho scoperto invece che la spesa ai tempi del corona-virus ha i suoi “lati positivi”…se si supera la parte brutta, ovvero quella precedente all’uscita.

Prima cosa: munirsi di autocertificazione. A casa è mio marito l’addetto alla burocrazia, quindi se n’è occupato lui.

“Mi serve la tua carta di identità.”

“Ok.”

“Rilasciata da? E quando? Ma non è scaduta?”

Attimi di panico mentre controllo.

“No, non è scaduta.”

Secondo step: stampare l’autocertificazione e poggiarla in bella vista vicino alla lista della spesa, che in genere non scrivo mai, ma dimenticare anche solo un elemento (cosa che puntualmente succede, esco ripetendo il mantra uova-cipolle-limoni-uova-cipolle-limoni e poi compro tutto tranne quello) non è il caso.

Terzo step: la vestizione e tutto ciò che ne consegue. Infilare cappotto e guanti, niente mascherina perché non sono ancora riuscita a trovarla, né in farmacia né al supermercato; prendere le buste, prendere la borsa, le chiavi della macchina, scendere giù e frugare nella borsa perché dove cazzo l’ho messa l’autocertificazione, risalire e scoprire di averla lasciata sul tavolo (però avevo preso la lista della spesa, che era lì a fianco), prendere l’autocertificazione, entrare in macchina, madonna che fastidio questi guanti, non sono nemmeno della mia misura, mentalmente annoto: comprare nuovi guanti (sapendo già che lo scorderò), controllare lo stato pietoso delle sopracciglia nello specchietto della macchina e maledirmi per non avere delle pinzette di riserva in borsa, constatare che ho un colorito più giallastro del solito e che la frangia è arrivata al maledetto punto in cui è ancora troppo corta per essere spostata e diventare ciuffo e troppo lunga per poter essere definita frangia; grande disappunto; finalmente partire.

Arrivo, parcheggio ed è passato meno di un mese dall’ultima volta che ho guidato ma riesco comunque ad uscire dalla macchina dimenticandomi di spegnerla. Come sempre, i pochi esseri umani intorno a me sono tutti muniti di mascherine e come sempre mi domando se sono io l’unica cogliona a non averle ancora trovate. Prendo il carrello e mi avvio.

Per fortuna la fila è corta, entro quasi subito e comincio ad aggirarmi per le corsie semi-deserte. Immediatamente mi si para davanti il Paradiso: centinaia e centinaia di uova di Pasqua. Agguanto la Ferrero Rocher e mi sento già meglio, non si sa mai che spariscano pure quelle…a meno che gli italiani non diventino pure mastri cioccolatieri durante questa quarantena, chissà. A un certo punto, inevitabilmente, incrocio qualcuno: carrello a destra, carrello a sinistra, carrello-approssimativo al centro. Ci guardiamo spauriti (non sono l’unica con la pelle giallastra in effetti) e tutti e tre ci facciamo educatamente segno di passare: fantascienza.

Non consulto la lista perché ho le mani impacciate dai guanti e non ho voglia di frugare in borsa per cercarla, quindi vado a naso. Nella corsia della pasta mi scappa uno starnuto. Faccio appena in tempo a coprirmi la faccia col braccio (mentre dentro la mia testa tuona la voce di Barbara D’Urso: “NELL’INCAVO DEL GOMITOOOOOOO, STRONZAAAAAAA!!!!”), mi guardo intorno atterrita ma c’è solo un signore in fondo, a svariati metri di distanza.

Corsia cibo per cani: acchiappo un po’ di lattine di manzo e pollo appetitoso per la bestia poi entro in un’altra corsia ma è sbarrata da un nastro rosso e bianco: dietrofront. Corsia successiva: idem. Ripasso mentalmente la lista, ma mentre giro avanti e indietro mi sembra che mi serva tutto. Reparto biscotti/farine/merendine: ci sono già quattro persone più un commesso che sistema merce, retromarcia. Reparto vini: c’è solo un ragazzo (anche lui dotato di mascherina) che si sta facendo un video; immagino la storia su Instagram con la frase “#iorestoacasa, basta che ci siano alcolici” o in alternativa qualche aforisma di Bukowski. O entrambi.

Giungo al banco-frigo, alla ricerca della pasta sfoglia e della pasta per pizza, quelle già pronte perché, nonostante il mio rapporto con la cucina sia migliorato, non ho nessunissima voglia di mettermi a impastare, non fa proprio per me. Comunque, entro nella corsia e vedo già due persone, una delle quali è un tizio che con una mano regge il cellulare e parla freneticamente, con l’altra arraffa quanto più possibile dei mini-panetti di lievito. Li lancia nel carrello, fa per andarsene, l’altro tipo dietro già pronto a catapultarsi sul medesimo scomparto, poi, sempre senza mollare il cellulare, torna indietro e ne prende altri cinque o sei. Io aspetto perché le mie paste pronte sono lì vicino. Il signore prima di me finalmente riesce ad accaparrarsi altro lievito; nel frattempo arriva una signora che, incurante del fatto che io sia lì in attesa, appena ha campo libero spalanca lo sportello del frigo, svuota la scatola e ciao lievito.

Terminato l’assalto al lievito, mi avvicino con calma e scelgo le paste pronte, che comunque sono state decimate pure loro, quindi non sono l’unica a non saper (o a non aver voglia di) impastare.

Ormai sarà passata un’ora da quando sono entrata; mi viene in mente che potrei anche cercarla, quella benedetta lista sepolta nella borsa, e vedere se mi son ricordata tutto. Chiaramente NO, ho dimenticato tipo cinque cose e mio marito nel frattempo mi ha mandato un messaggio per chiedermene un’altra, quindi devo rifare tutto il giro del supermercato. Beh, tanto sul divano ci ho praticamente lasciato l’impronta.

Finalmente termino, mi appropinquo alla cassa ed è una visione celestiale: niente fila. Una cassa subito libera, tutta per me. Imbusto la spesa senza l’ansia della merce del cliente successivo che si accumula vicino alla mia, impilando bene le cose, distribuendo pesi equamente eccetera eccetera.

Vado via soddisfatta, guardo orgogliosamente il mio uovo di Pasqua tutto dorato che spunta da una delle buste e intanto ripenso all’episodio dell’assalto al lievito rivestendolo di un’aura mezzo epica.

Dal quartier-generale-approssimativo per oggi è tutto, se vi va raccontatemi le vostre esperienze al supermercato ai tempi del corona-virus nello spazio riservato ai commenti…anche voi siete a caccia del lievito?

 

 

 

 

 

 

 

6 pensieri su “Fare la spesa ai tempi del corona-virus: l’uovo di Pasqua e l’assalto al lievito

  1. Nel mio quartiere c’è una situazione surreale con un supermercato con code incredibili e un supermercato più piccolo con gli stessi prezzi senza fila. Io ovviamente andavo già prima in quello senza fila perché ha praticamente le stesse cose. Questa settimana mancava solo la ricotta. Comunque sappi che ho letto tutto il tuo articolo sperando di trovare la recensione dell’uovo Ferrero Rocher perché ero tentata di prenderlo pure io!

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  2. Io faccio la spesa on line ma visto che sono costantemente esaurite le date per la consegna a casa, vado a ritirarla in negozio già pronta. La cosa ha un suo perché, eviti la fila, paghi e dopo 3 minuti arriva il tuo carrello già pieno e imbustato. Metti in macchina 3 vai via.
    Però per me uscire è un’esperienza surreale… le strade vuote, i negozi chiusi, le pochissime persone in giro bardate come dopo un’esplosione atomica. E anche per quei pochi minuti che resto nel supermercato, è tutto un guardarsi l’un l’altro come nel Far West.
    Finché resto a casa mi annoio ma mi rendo meno conto della situazione, fuori è un pugno in faccia.

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    1. Si, infatti, uscire così non è bello, sono d’accordo. Io ancora non ho provato la spesa on line, qui vicino a casa c’è un market molto grande e sempre ben fornito e per ora andiamo di persona, ma non certo per prendere una boccata d’aria o svagarsi un po’

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  3. Io invece ormai ho preso il giro della spesa ogni 7 gg circa almeno per il fresco (perché con i vari cereali a casa potrei campare un mese e più) ma ormai ho il mio orario consolidato cui non trovo nessuno quindi niente fila e in 30 minuti esagerando son fuori.

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