La Divina Commedia Approssimativa, canto decimo: le profezie, quelle brutte

Una volta superata la palude dello Stige e dopo aver assistito a una mezza rissa tra zio Virgilio e un pericoloso assembramento di diavoli incazzati perché Dante è privo di autocertificazione, i nostri pellegrini vengono soccorsi da un “messo celeste” inviato dalle alte sfere…evidentemente la formula “vuolsi così colà dove si puote” eccetera eccetera funzionava solo fino a pagina due, altrimenti che razza di Inferno sarebbe stato?

Tolti di mezzo i diavoli, i due poeti si dilettano con un tour nella città di Dite, dove Dante spera di fare un break e magari anche, perché no, un aperi-cena; zio Virgilio però ha ben altri progetti, come per esempio la visita guidata in…

Un museo?

Un palazzo antico?

Una pinacoteca?

Naaaaaa. Siamo nell’Oltretomba, e niente di meglio che un giro turistico in un CIMITERO…se poi è il cimitero degli eretici, con lapidi infuocate e roventi, chissà quante foto instagrammabili ne verranno fuori. Con questo pensiero Dante tiene dietro a Virgilio, che a un certo punto si infila in un “secreto calle”, un sentiero strettissimo e impervio a lato del quale stanno diversi sepolcri. Da pettegolo qual è, il poeta fiorentino si guarda intorno e chiede alla sua guida:

“La gente che per li sepolcri giace/potrebbesi vedere? già son levati/tutt’i coperchi, e nessun guardia face.”

Della serie: considerato che le bare sono scoperchiate, che male c’è a dare una sbirciatina dentro?

Tuttavia Virgilio conosce bene i suoi polli, e si rende conto che in realtà Dante è alla ricerca di un defunto in particolare. Quindi inizialmente svia il discorso, spiegando che stanno passando accanto alle tombe degli epicurei, ovvero le anime di coloro che in vita erano stati seguaci della filosofia di Epicuro…filosofia che Dante stesso definisce in una delle sue opere (Convivio, II, VIII) “stoltissima, vilissima e dannosissima”. Esagerato. Tutto questo perché gli epicurei, tra le altre cose, negavano l’immortalità dell’anima, ma si sa, riguardo alle questioni etico-religiose l’Alighieri era per la tolleranza-zero.

Dopo questa breve introduzione, il poeta latino prosegue:

“Però a la dimanda che mi faci/quinc’entro satisfatto sarà tosto/e al disio ancor che tu mi taci.”

Il “disio” che Dante sta tacendo è quello di incontrare Farinata degli Uberti, uno dei più famosi leader dei ghibellini…lo so, lo so, sto risvegliando vecchi traumi scolastici. Vi dice qualcosa il binomio “guelfi contro ghibellini”? Per quanto mi riguarda (e nonostante a scuola fossi una secchiona patentata), ricordo soltanto che si trattava di due fazioni opposte: una parteggiava per il papa, l’altra boh. Rammento inoltre che i guelfi si distinguevano in guelfi bianchi e guelfi neri, cosa che all’epoca mi aveva fatto incazzare parecchio: cioè, già dovevo memorizzare la differenza tra guelfi e ghibellini, poi pure quella tra guelfi bianchi e guelfi neri. Da notare che comunque, se mai l’ho imparata, ormai giace nel dimenticatoio approssimativo, in barba alle mie ore e ore di studio matto e disperatissimo.

Beh, fortunatamente si può sempre ricorrere al buon Sapegno, il quale afferma che Dante faceva parte dei guelfi, Farinata dei ghibellini, quindi abbiamo una certezza: i due erano acerrimi rivali.

Il nostro eroe non deve cercare a lungo: infatti è lo stesso Farinata che, sentendo un accento toscano, subito fa capolino dalla tomba ed esclama:

“O Tosco che per la città del foco/vivo ten vai così parlando onesto/piacciati di restare in questo loco.”

Dante si volta, sta per rispondere “piacciati di restare in questo loco ‘sto cazzo” ma temendo un cazziatone di zio Virgilio saggiamente tace e fissa il defunto, che “s’ergea col petto e con la fronte/com’avesse l’inferno a gran dispitto (…) guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,/ mi dimandò: “Chi fuor li maggior tui?”

Beh, tutto il mondo è paese, e l’Inferno non fa eccezione: a quanto pare anche lì, appena ti incontrano, la prima cosa che chiedono è il tuo albero genealogico.

Non appena Farinata capisce che gli antenati di Dante facevano parte dei guelfi, coglie l’occasione per tirarsela un po’:

“Fieramente furo avversi/a me e ai miei primi e a mia parte/sì che per due fiate li dispersi.”

Parafrasi: ahhhh, sì, me li ricordo, i tuoi compari, li ho sbattuti fuori da Firenze per ben due volte!

Dante, che era un tantino suscettibile anche sui temi politici, risponde per le rime:

“S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte(…)/l’una e l’altra fiata;/ma i vostri non appreser ben quell’arte.” = “Sì, è vero, vennero cacciati ma riuscirono a tornare, mentre voi ghibellini (si riferisce a quando anche loro furono esiliati) non siete stati altrettanto bravi. Gne gne gne.

Quindi. Va beh che siamo all’Inferno, ma l’atmosfera si sta facendo un po’ troppo bollente, e pare che dagli endecasillabi alle bestemmie il passo sia breve. La singolar tenzone viene interrotta sul più bello da un’altra anima che riconosce la voce di Dante, e così lo apostrofa:

“Se per questo cieco/carcere vai per altezza d’ingegno/mio figlio ov’è? e perché non è teco?”

Chi parla è Cavalcante, padre di quel Guido Cavalcanti del quale a scuola abbiamo studiato qualche amoroso verso (“Voi che per li occhi mi passaste ‘l core”, queste sì che sono frasi romantiche), uno dei best friends dell’Alighieri. Il pover’uomo vuole semplicemente avere notizie del figlio, sapere se è ancora in vita, ma quando si accorge che il poeta esita a rispondere, per la disperazione “ricadde e più non parve fora”. Una scena struggente: ci aspetteremmo che Dante cominci a piangere o svenga come suo solito per eccesso di empatia, ma non fa in tempo perché Farinata vuole continuare i discorsi in politichese; soprattutto ambisce a vendicarsi della rispostaccia di Dante, che poco prima gli aveva rinfacciato gli esili dei ghibellini, e gli sgancia una profezia da manuale:

“Ma non cinquanta volte fia raccesa/la faccia della donna che qui regge,/che tu saprai quanto quell’arte pesa.”= Ride bene chi ride ultimo, guarda che tempo nemmeno cinquanta mesi e arriverà un bel calcio in culo anche a te.”

L’Alighieri vorrebbe tirargli un pugno, ma con Virgilio in mezzo ai coglioni non è facile, quindi temporeggia domandandogli com’è che da ghibellino qualunque si è trasformato improvvisamente in mago Do Nascimento. Farinata parte con uno spiegone mistico sul fatto che i dannati riescono in un certo senso a prevedere il futuro (che culo, eh? Da morto mica puoi giocare al super Enalotto). Dante si illumina tutto, e sottovoce gli chiede un paio di numeri da giocare appena torna su, poi, ricordandosi di zio Virgilio a fianco, schiarisce la voce e pomposamente propone a Farinata, visto che è così tanto veggente, di svegliare Cavalcante e dirgli che il figlio è vivo. In tutto questo non ho ancora capito se Guido Cavalcanti era morto oppure no: sto pensando seriamente di danteggiare, fingere uno svenimento e ritornare nella selva oscura.

Soprassediamo, via, tanto siamo arrivati alla fine del canto. I due poeti salutano Farinata (“Ciao, buona”) e si avviano verso il prossimo girone. Dante è un po’ pallido, è stanco, gli hanno appena predetto che a breve si beccherà l’esilio, ha sete e venderebbe tutta Firenze per uno spritz, ma Virgilio sa qual è la parolina magica per narcotizzare il suo pollo:

“(…)quando sarai dinanzi al dolce raggio/di quella (=Beatrice) il cui bell’occhio tutto vede/da lei saprai di tua vita il viaggio.” 

Come sempre, basta nominare Beatrice e Dante perde tutta la baldanza.

La prossima volta ci ritroveremo nella selva dei suicidi, incontreremo un certo Pier della Vigna e di seguito gli scialacquatori, perché dobbiamo stare a casa fino a chissà quando ma l’Inferno must go on!

 

 

 

 

 

5 pensieri su “La Divina Commedia Approssimativa, canto decimo: le profezie, quelle brutte

  1. Ora con le citazioni originali mi stai ricordando tutta la pallosità della divina commedia ahahah. Non possiamo aggiungerci un girone tipo “musica demmmerda” o “wannabe fescion blogger” giusto per passare la commedia… ehm quarantena in modo più leggero? 😀

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