La Divina Commedia Approssimativa, canto XIII: non aprite quel bosco

Nell’ultimo post divino eravamo rimasti insieme a Dante nel cimitero degli eretici, dove spiacevoli incontri avevano peggiorato il già pessimo umore del nostro poeta. Vi risparmio l’undicesimo canto, nel quale Virgilio espone il suo pippone didascalico sul criterio distributivo delle anime nell’Inferno, e il dodicesimo, dove i due pellegrini incontrano il Minotauro e vedono altra gente morta.

C’è poi una piccola parentesi sportiva: Dante sale in groppa al centauro Nesso per guadare il fiume Flegetonte, e finalmente fa riposare un po’ le gambe, tirando un sospiro di sollievo e progettando, una volta rientrato nel mondo reale, di darsi seriamente all’ippica.

Eccoci dunque al tredicesimo canto.

“Non era ancor lì Nesso arrivato,/quando noi ci mettemmo per un bosco/che da nessun sentiero era segnato./Non fronda verde, ma di color fosco;/non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;/non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.”

Evviva, ci troviamo in un ameno boschetto immerso nel buio pesto, con alberi dai rami storti pieni zeppi di spine velenose. Che bello.

Come se non bastasse, qui nidificano le Arpie, creature mitologiche con “volto di donna e corpo d’uccelli rapaci”. Al solito, mi domando perché mai non esista un corrispettivo al maschile, e il ruolo di cagacazzo, anche nel mito, è sempre attribuito alle donne: le Arpie, che passavano il tempo a rapire/perseguitare e a posare i loro escrementi sulle tavole degli uomini; le Erinni, divinità addette alla vendetta-tremenda-vendetta; le Gorgoni, quelle con i serpenti al posto dei capelli (almeno non avevano disperatamente bisogno di un parrucchiere).

Va beh, dicevamo delle Arpie, che volteggiano in questo bosco e “fanno lamenti in su li alberi strani”. Virgilio annuncia a Dante che sta per vedere cose che voi umani eccetera eccetera (come se nei precedenti canti avesse invece visto cose normali), e nel frattempo il poeta sente “d’ogni parte trarre guai”, cioè lamenti strazianti…fin qui normale amministrazione, il problema è che non vede nessuno emettere quei piagnistei: la situazione assomiglia sempre più a un film horror e Dante sta per dire alla sua guida “Dividiamoci” tuttavia Virgilio lo anticipa, proponendogli di staccare da uno degli alberi un rametto:

“Allora porsi la mano un poco avante,/ e colsi un ramicel da un gran pruno;/e ‘l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”

Eh già, all’Inferno anche i rami parlano, e oltretutto sanguinano…Dante non capisce se è finito sul set di Fantaghirò-versione-splatter ma presto il dubbio viene chiarito dal ramo stesso, che spiega:

“Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:/ben dovrebb’esser la tua man più pia,/se state fossimo anime di serpi.”

Permalosi, questi “sterpi” infernali…l’Alighieri vorrebbe rispondere per le rime ma Virgilio lo blocca, affermando che è stato lui a convincere il poeta fiorentino a potare l’albero, dopodiché invita il ramo a raccontare la sua vicenda.

“Io son colui che tenni ambo le chiavi/del cor di Federigo, e che le volsi/serrando e diserrando, sì soavi,/che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi.”

Chi parla è Pier Della Vigna, consigliere dell’imperatore Federico II, all’epoca sovrano di un sacco di posti, compresa la Sicilia. Lo sfigatissimo Pier aveva fatto carriera, ma a un certo punto le “malelingue” lo avevano accusato genericamente di tradimento. Senza approfondire più di tanto Federico aveva ordinato di farlo accecare prima e di sbatterlo in cella poi, cella nella quale il disgraziato si era suicidato dando capocciate al muro.

Della Vigna si proclama innocente (“vi giuro che già mai non ruppi fede/al mio segnor), infatti è piombato nell’Oltretomba per via del suicidio: nell’orrido boschetto dimorano pertanto le anime di coloro che si uccisero, condannate a trasformarsi in ramoscelli selvatici le cui foglie vengono strappate a morsi dalle Arpie, provocando in loro grande dolore.

Bene, una volta ascoltati tutti questi divertenti aneddoti, Dante vorrebbe ubriacarsi e dimenticare di essere nato ma non c’è tempo: improvvisamente dagli alberi spuntano fuori due zombie conciati piuttosto male che corrono come disperati, inseguiti da “cagne, bramose e correnti/come veltri ch’uscisser di catena” (=come bestie appena liberate dalle catene). Uno dei due fuggitivi cerca di nascondersi dietro un cespuglio ma viene subito avvistato, raggiunto e squartato “brano a brano”.

Il nostro poeta trattiene i conati di vomito, mentre zio Virgilio lo trascina davanti all’arbusto ai piedi del quale stanno i resti dell’anima assalita dalle cagne, arbusto che si sta lamentando col defunto di aver scelto proprio lui per proteggersi:

“O Iacopo (…) da Santo Andrea,/ che t’è giovato di me fare schermo?”

A quanto pare all’Inferno si conoscevano tutti. Lo “Iacopo” interpellato dal cespuglio, che giace a terra sanguinante e di certo non sta pensando a intavolare una conversazione, è Giacomo di Sant’Andrea, un tizio di Padova che si diceva avesse le mani bucate; difatti fa parte della cerchia dei scialacquatori, condannati appunto al perenne inseguimento da parte di adorabili, affamatissimi cagnolini.

Iacopo, o meglio, quel che è rimasto di Iacopo, non replica, e zio Virgilio ne approfitta per chiedere al cespuglio le sue generalità:

“Chi fosti,/ che per tante punte soffi con sangue doloroso sermo?”

Quello evita di presentarsi, citando solo la provenienza, ovvero Firenze, città sconvolta e devastata da continue guerre civili e scontri tra fazioni. Non riuscendo a tollerare quel clima guerresco, il malcapitato aveva preso la decisione di togliersi la vita impiccandosi.

Così termina il tredicesimo canto, angosciante come pochi, ma perché cacchio l’ho scelto? Tra Arpie, suicidi, rami parlanti, belve feroci e impiccagioni varie, quasi quasi mi è venuta voglia di stampare l’ennesima autocertificazione, indossare mascherina e guanti e fare 45 minuti di fila davanti al supermercato per la spesa settimanale, imbastendo dibattiti complottisti con i vicini di fila.

Quasi. Scherzo, tutta la vita Dante, piuttosto.

Ci si rivede nel prossimo girone!

 

 

 

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