La Divina Commedia Approssimativa, canto XVII: nel blu dipinto di blu

Nell’ultimo post dantesco avevamo lasciato il poeta fiorentino alle prese con rami e cespugli parlanti; nel canto successivo lo ritroviamo in un allegro deserto nel quale piovono “falde di fuoco”, quindi l’ombrello, anche avendolo, servirebbe a ben poco. Qui si abbronzano i bestemmiatori, e Dante, che di bestemmie ne sta trattenendo una cifra fin da quando è stato catapultato nella selva oscura, si sente parecchio solidale con loro. L’allegra brigata è completata dalla presenza dei sodomiti e degli usurai, tutti lì a ustionarsi, senza protezione, ovviamente, se no che Inferno sarebbe.

Mentre passeggia amenamente con zio Virgilio lungo questo ennesimo luogo inospitale, Dante incontra una vecchia conoscenza: Brunetto Latini, cervellone fiorentino noto per aver scritto diversi mattoni filosofici nonché maestro del nostro poeta. Insieme fanno quattro chiacchiere, e ser Brunetto ribadisce all’ex allievo che appena rientrerà a Firenze si beccherà un esilio coi fiocchi, così come in precedenza aveva annunciato anche Farinata Degli Uberti. Dante è sul punto di bestemmiare, poi però si ricorda di come stanno messi male quelli che lo hanno fatto troppo in passato e tace, millantando indifferenza (“Ah, sì, verrò esiliato, me lo dicono tutti!”).

Dopo aver salutato Brunetto, i pellegrini giungono sul bordo del settimo cerchio infernale, e ci sono brutte notizie: per scendere fino all’ottavo urge un passaggio…a meno che non ci si lanci con un paracadute, ma pare che nell’Oltretomba nessuno li venda, mannaggia. Mentre Dante spera che non si trovino soluzioni di sorta per poter così tornarsene nella sua Firenze e godersi il tanto profetizzato esilio, comincia il canto numero diciassette:

“Ecco la fiera con la coda aguzza,/che passa i monti, e rompe i muri e l’armi;/ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!”

Così il buon Virgilio annuncia l’arrivo di Gerione, un essere maleodorante dotato di volto umano, zampe da leone e corpo da serpente. Dante sta nuovamente rivalutando l’idea di bestemmiare e unirsi alla schiera dei dannati quando la sua guida fa cenno a quella specie di E.T. volante di avvicinarsi, dando modo al nostro poeta di osservarlo meglio:

“La faccia sua era faccia d’uom giusto(…)/e d’un serpente tutto l’altro fusto; due branche avea pilose infin l’ascelle;/lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste/dipinti avea di nodi e di rotelle(…)”

Gerione
Immagine tratta da Wikipedia

Quindi, in sostanza, la faccia era pure simpatica, peccato per tutto il resto: le braccia pelose, il fusto da rettile e un bel po’ di tatuaggi di dubbio gusto.

“Nel vano tutta sua coda guizzava,/torcendo in sù la venenosa forca/ch’a guisa di scorpion la punta armava.”

Bene, questo puzzle vivente termina in bellezza, con una coda biforcuta che ricorda taaaanto le pinze di uno scorpione. Eh va beh, l’ennesimo animale strambo ma insomma, mostro più, mostro meno, ormai Dante s’è abituato alla variegata fauna infernale, e stavolta non si lascia impressionare troppo, anche perché pregusta il momento in cui Virgilio gli dirà che non c’è modo di scendere nel cerchio sottostante e che quindi bisogna fare retromarcia.

Già, peccato che il poeta latino abbia ben altre intenzioni, e difatti dice al suo compagno d’avventura:

“Or convien che si torca/ la nostra via un poco insino a quella/bestia malvagia che colà si corca.”

Convien-che-cosa-non-ho-capito-bene, pensa il povero Dante, mi sembra di aver sentito che dobbiamo avvicinarci a quell’essere schifoso? Virgilio deve avermi confuso con Alberto Angela, strano, perché sono più bello e più intelligente, e poi i serpenti non mi sono mai piaciuti, soprattutto quelli con la faccia umana. Ora basta, mi ribello, ma quello ha già cominciato a dirigersi tranquillamente verso la bestia, presso la quale si intravede un assembramento di anime che si spacciano per congiunti.

“Acciò che tutta piena/esperienza d’esto giron porti/(…)va, e vedi la lor mena.”

Beh, Virgilio temporeggia, e sapendo che Dante ha l’anima da gossipparo doc gli propone di scambiare qualche convenevole con quegli zombie seduti sul bordo della scarpata. L’Alighieri abbocca e li raggiunge, ma non è un bello spettacolo: ecco gli usurai, condannati semplicemente a stare accovacciati sulla sabbia rovente e a cercare di schivare la pioggia di fuoco con inutili gesti delle mani, come i cani “quando son morsi or da pulci ora mosche or da tafani.” Il poeta li osserva attentamente, sperando di scorgere volti noti, e ottenendo soltanto che uno di loro lo rimbrotti con queste parole:

“Che fai tu in questa fossa?/Or te ne va;”(…)Qui distorse la bocca e di fuor trasse/la lingua come bue che ‘l naso lecchi.”

Ma cos’è, l’Inferno o un asilo? Pure le linguacce. Un tantino disgustato, Dante fa ritorno quatto quatto da Virgilio e, sorpresa-sorpresa, lo ritrova tutto baldanzoso in groppa a Gerione:

“Or sie forte e ardito./Omai si scende per sì fatte scale:/monta dinanzi, ch’i voglio esser mezzo,/sì che la coda non possa far male.”

Parafrasando: “Dai, fifone, sali e non rompere i coglioni. Guarda, per farti stare più tranquillo mi siedo io vicino alla coda velenosa, tanto hai voglia di pungermi, son già morto!”

Ah ah ah. Ah. Ah.

Beyonce

Dante sta per mandarlo a quel paese ma poi gli viene il dubbio che sia abbastanza inutile mandare a quel paese i defunti quindi bofonchia qualche mezza parolaccia, chiede se almeno sono disponibili mascherina e guanti ma niente da fare, all’Inferno pare non li distribuiscano, o li nascondano, oppure boh, comunque pronti, partenza, via!

“I’ m’assettai in su quelle spallacce:/sì volli dir, ma la voce non venne/com’io credetti:”Fa che tu m’abbracce.”

L’Alighieri non è esattamente il prototipo del macho amante del rischio: vorrebbe fare il duro ma una volta a cavalcioni sul dorso del bestione dice, o meglio, squittisce in direzione di Virgilio: “Ti-prego-abbracciami-me-la-sto-facendo-sotto-dalla-paura.” 

E si vola, nel blu dipinto di blu…oddio, mica tanto blu, trattandosi di Inferno: infatti quando Dante guarda verso il basso, vede soltanto “fuochi” e sente “pianti”, cosa per la quale gli passa tutta la voglia di scendere, magari con due moine e la promessa di una bella fiorentina il serpentone volante può essere dirottato fino in Toscana, no? In quanto a Virgilio, basterà dargli una spintarella e farlo volare, tanto mica muore, l’ha detto lui che è già morto, no?

Perso in questi pensieri, Dante nemmeno si accorge di essere giunto a destinazione: il mostro sarà pure brutto e lercio ma con gli atterraggi se la cava egregiamente, quasi quasi parte l’applauso tuttavia non c’è tempo, Gerione se ne va volteggiando e i due pellegrini si ritrovano nell’ottavo cerchio: Malebolge…promette bene, vero?

Ne parleremo prossimamente, sigla!

 

 

 

 

 

 

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