La Divina Commedia Approssimativa, canto XVIII: in un mare di merda

Non so se lo ricordate e se non lo ricordate ve lo ricordo io (cit. Franca Leosini): nell’ultimo canto approssimativo Dante era dovuto salire in groppa a Gerione, l’ennesimo mostro puzzolente dotato di ali, per arrivare fino all’ottavo cerchio, conosciuto anche con il nome di Malebolge…sì, lo so, solo a sentirlo vi vien voglia piuttosto di telefonare ad Albano e discutere con lui della pandemia.

Ma come mai questo nome così terrorizzante? Analizziamolo un attimo: MALE-BOLGE. E va beh, siamo all’Inferno quindi “male” per forza, “BENE-BOLGE” non sarebbe stato credibile. Le “bolge” invece, come scrive il buon Natalino Sapegno, sono delle “buche circolari e concentriche, simili a fossati multipli, (…) attraversate da ponti i quali, partendo dall’orlo estremo della parete rocciosa e congiungendo l’uno dopo l’altro gli argini divisori delle fosse, tagliano a guisa di raggera l’intero cerchio.”

Capito?

Io no, mi sono persa a “concentriche”.

Comunque, semplifichiamo utilizzando un linguaggio approssimativo: buchi nel terreno collegati tra loro da ponti. Natalino, perdonami.

Il canto numero 18 quindi si apre con la descrizione di questo ameno luogo, che se quella di Sapegno vi è sembrata complicata, vi lascio immaginare la versione in endecasillabi di Dante:

“Quel cinghio che rimane adunque è tondo/tra ‘l pozzo e ‘l piè de l’alta ripa dura,/e ha distinto in dieci valli il fondo.”

Ssssssì, chiarissimo. Andiamo avanti.

“A la man destra vidi nova pièta,/novo tormento e novi frustatori,/di che la prima bolgia era repleta.”

Dante e Virgilio cominciano il “Malebolge-tour” e, come potrete intuire, la prima buca è piena di gente morta e disperata. In particolare questi peccatori “ignudi” sono gli sfruttatori e i seduttori di donne, condannati ad essere frustati da diavoli indiavolati.

“Mentr’io andava, li occhi miei in uno/furo scontrati; e io sì tosto dissi:/”Già di veder costui non son digiuno.”

Siamo alle solite: in mezzo ai defunti Dante intravede una faccia nota e qui viene naturale chiederselo: o il nostro poeta conosceva mezza Italia o all’Inferno ci andavano solo quelli che conosceva lui…brutte frequentazioni forse? Stavolta individua il bolognese Venedico Caccianemico (ma uno con un nome e un cognome del genere non può mica aspettarsi di finire in Paradiso, no?), che in realtà non è molto contento di essere stato identificato, perché:

“(…)quel frustato celar si credette/bassando ‘l viso(…)

La cara, vecchia tattica del provare a guardare in basso quando incontri qualcuno che ti sta sul cazzo; il povero Caccianemico non aveva neanche un cellulare sul quale fingere di digitare forsennatamente dei messaggi, mannaggia, né poteva utilizzare la scusa del “Oh, sai che con la mascherina non avevo capito che eri proprio tu?” dato che l’Inferno si sa, è “covid-free”, niente mascherine, mannaggia, pertanto gli tocca rispondere a Dante che così lo apostrofa:

“O tu che l’occhi a terra gette,/(…) Venedico se’ tu Caccianemico:/ma che ti mena a sì pungenti salse?”

Dante, ma i cazzi tuoi ogni tanto…no, eh?

“Mal volentieri lo dico” replica il dannato senza nascondere il disappunto, “I’ fui colui che la Ghisolabella/condussi a far la voglia del Marchese/come che suoni la sconcia novella.”

La “sconcia novella” è la seguente: pare che Venedico avesse “venduto” (forse combinando un matrimonio forzato) la sorella Ghisola a un certo Marchese, in modo tale da ricavarne favori e prestigio politico. Eh, una storiaccia, sicché il defunto cambia subito discorso, accennando al fatto che la bolgia nella quale sta lui è piena di altri bolognesi, rei del medesimo peccato, e invita Dante a ricordare che del resto Bologna era famosa per gli abitanti dall’ “indole avida di denaro”…della serie, non è colpa mia, è che sono nato lì, sai com’è.

Dopo questa spiacevole chiacchierata, Dante e Virgilio procedono nel cammino, passando alla bolgia successiva.

Notando che l’ allievo è un po’ distratto, il poeta latino gli indica subito uno zombie interessante:

“Guarda quel grande che vene,/e per dolor non par lagrima spanda:/(…) quelli è Iasòn, che per cuore e per senno/li Colchi del monton privati féne.”

Si tratta di Giasone, eroe della mitologia greca, celebre per aver recuperato nella regione della Colchide il cosiddetto “vello d’oro”, ossia il mantello dorato di un ariete che aveva il potere di curare ogni genere di ferita. Questo personaggio, di eroico, in ambito sentimentale, non aveva un cazzo, dato che secondo alcune versioni del mito aveva sedotto e abbandonato parecchie fanciulle, tra le quali Virgilio menziona Isifile, “la giovinetta/che prima avea tutte l’altre ingannata” e per di più lasciata “gravida, soletta”. Viene citata frettolosamente anche Medea, principessa con la quale Giasone si sposò, e non fu un matrimonio felice, ma non vi anticipo nulla perché ho in mente di raccontarvi la loro tristerrima storia in uno dei prossimi post.

Stranamente Dante non intervista l’eroe greco, attirato dai lamenti dei residenti della bolgia accanto:

“Quindi sentimmo gente che si nicchia/(…)e che col muso scuffa,/e sé medesma con le palme picchia”.

Queste anime emettono gemiti (“nicchia”), hanno il respiro affannoso (“scuffa”) e battono le mani in segno di dolore, come se si stessero facendo l’applauso: non a caso stiamo parlando degli adulatori, e ci credo che non respirano bene: difatti sono immersi “in uno sterco/che da li uman privadi parea mosso”, cioè, detto in parole approssimative, in un mare di merda, che sembrava fosse stata scaricata nella fossa direttamente dal cesso di un essere umano (“uman privadi”).

Dante è leggermente schifato ma la curiosità ha la meglio, ragion per cui eccolo sbirciare in mezzo a quei disgraziati per vedere se c’è qualcuno che gli stava sulle palle nel mondo dei vivi e dirgli: “Come va? Di merda, eh?”.

Aguzzando la vista, gli appare “un col capo sì di merda lordo,/che non parea s’era laico o cherco”, cioè un tipo con la testa talmente sporca di escrementi che non si riusciva a capire se aveva la classica tonsura da chierico oppure no. Il dannato non gradisce tutta questa attenzione, tanto che sgrida Dante:

“Perché se’ tu sì gordo/di riguardar più me che li altri brutti?”

Parafrasando:

“Oh, ma con tutta ‘sta brutta gente a disposizione devi proprio fissare me?”

E Dante, che difficilmente rimaneva senza parole, risponde piccato:

“Perché, se ben ricordo,/già t’ho veduto coi capelli asciutti/e se’ Alessio Interminei da Lucca:/però t’adocchio più che li altri tutti.”

Su questo Interminei si sa poco e niente, a parte ovviamente che era di Lucca e che molto probabilmente a Dante non stava tanto simpatico, visto il modo in cui gli si rivolge. Virgilio interviene e, onde evitare i soliti attacchi di logorrea dei defunti, esorta il poeta fiorentino a spostare lo sguardo più avanti, verso una “sozza e scapigliata fante/che là si graffia con l’unghie merdose,/e or s’accoscia e ora è in piedi stante.”

Quella che i due si ritrovano di fronte è la prostituta Taide, personaggio di una commedia di Terenzio, un autore latino di cui ricordo poco e niente se non che le sue “commedie” mi facevano ridere tanto quanto le barzellette della Settimana Enigmistica.

Dopo aver osservato mezzo disgustati questa donna, che poveraccia, cosa poteva farci se Terenzio le aveva assegnato la parte di escort, per aver recitato è finita pure all’Inferno, Dante e Virgilio proseguono, dirigendosi verso la terza bolgia, di cui “bloggheremo” un’altra volta, direi che per oggi della Divina Commedia ne abbiamo abbastanza.

Vi do appuntamento al prossimo post non-divino con la “love story” tra Medea e Giasone, l’argomento vi ispira oppure anche no?

Tanto lo scrivo lo stesso.

12 pensieri su “La Divina Commedia Approssimativa, canto XVIII: in un mare di merda

  1. Non riesco a smettere di ridere pensando al tizio scocciato “col capo sì di merda lordo”, hai reso benissimo la scena! Invece povera Taide finita lì per le quote rosa. Aspetto la love story di Medea & Giasone!

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  2. La tattica infruttuosa di Caccianemico mi ha fatto venire in mente quando per evitare una tipa che mi sta antipatica finsi di rispondere al telefono, e mentre parlavo a vuoto quel maledetto squillò. Era ovviamente la mia nonna, che chiama sempre nei momenti meno opportuni (suo grande classico è telefonare mentre sono a visitare una chiesa o sono a uno spettacolo e non ho tolto la suoneria. Non so come faccia a saperlo ma lei LO SA).

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