Pensavo fosse amore invece era Hemingway-Parte 2

Nell’ultimo post avevamo lasciato Hemingway alle prese col suo secondo divorzio. Oggi riprendiamo il filo e partiamo col matrimonio che ne seguì e con la moglie numero 3, ovvero

Martha Gellhorn

L’unione con Martha fu la più breve del curriculum sentimentale dello scrittore: i due infatti si divisero dopo appena 4 anni.

Martha appariva certamente molto diversa dalle mogli alle quali si era abituato fino a quel momento Ernesto: un po’ meno devota al marito e un po’ più concentrata sulla sua fenomenale carriera di reporter di guerra e di scrittrice. Difatti, mentre nel caso di Hadley Richardson e di Pauline Pfeiffer, Hemingway mantenne per loro un profondo affetto e continuò a riempirle di sviolinate anche dopo anni dal divorzio, di Martha ne disse peste e corna, definendola una “iena”; dal suo canto lei lo bollò come “amante perfetto” e di conseguenza “marito abominevole”.

Subito dopo le nozze la coppia si stabilì a La Finca Vigia, una splendida tenuta rurale a L’Avana, dove Hemingway sperava di replicare la vita cui era avvezzo: scrittura, caccia, pesca, il tutto accompagnato da buon cibo, fiumi di alcol e una mogliettina sempre a casa ad aspettarlo. Martha non ci stava: amava il suo lavoro, voleva fare carriera ed era poco tollerante verso i continui sbalzi di umore dell’Ernesto, che quando era in buona la chiamava “coniglietto” ed era tutto un amore-di-qua-amore-di-là-du-du-da-da-da…quando era in cattiva, e soprattutto sbronzo, la insultava pesantemente, dicendole frasi tipo:

“Continueranno a leggere i miei libri molto dopo che i vermi avran finito di divorare il tuo cadavere.”

Carino.

I litigi erano frequenti e parecchio agitati, specialmente perché Martha era sempre in viaggio per lavoro. Così il povero Ernesto si ritrovava costantemente solo-soletto, e per lui era una roba insopportabile, tanto che a un certo punto sbroccò e scrisse a Martha:

“Are you a correpondent, or wife in my bed?”

(Sei una corrispondente di guerra o una moglie nel mio letto)?

Lei rispose con un telegramma:

“Sono una corrispondente di guerra stop farò la moglie nel tuo letto quando ne avrò voglia stop tua corrispondente di guerra, tua moglie, tua Martha.”

Se volete potete applaudire.

Per Hemingway si trattava di un autentico affronto: urgeva una sostituta, ed ecco che, puntualmente, arrivò Mary Welsh, alias la futura moglie numero 4…va precisato che a prescindere dal tradimento – e dai tradimenti – reciproci, il rapporto con Martha era spacciato da un pezzo. Il divorzio arrivò nel 1945, ma praticamente le bomboniere per il matrimonio successivo erano già pronte da almeno un anno.

Mary Welsh

Nel 1944 Hemingway si trovava a Londra come inviato del quotidiano Collier, e in seguito a una conferenza gli venne presentata Mary Welsh, bionda giornalista trentottenne, all’epoca sposata con un certo Noel Monks. Se dobbiamo dar retta alle memorie scritte dalla stessa Welsh, intitolate How it was, l’Ernesto sarebbe rimasto piuttosto impressionato dalla sua intelligenz…ehm, dal suo golfino, indossato senza reggiseno. Il giorno dopo lo scrittore avrebbe raggiunto la Welsh nell’albergo in cui alloggiava, e dopo un po’ di acrobazie suine le avrebbe chiesto di sposarlo…molto romantico e giusto un po’ prematuro, dato che c’erano di mezzo una moglie e un marito da sfanculare, ma Ernesto ormai era un professionista in queste cose, e la Welsh ugualmente veniva da un precedente divorzio, quindi insomma, perché tergiversare?

Come sappiamo, a differenza delle precedenti consorti, Martha in un certo senso non vedeva l’ora di liberarsi di quel marito scassapalle e ansiogeno, e progettava la separazione già prima di venire a conoscenza dell’ennesimo inciucio del coniuge. Così divorzio fu, e nel 1946 Hemingway e Mary celebrarono le nozze. La coppia si stabilì inizialmente a Cuba per poi spostarsi a Ketchum, una cittadina dell’Idaho, negli Stati Uniti.

Mary ben si adattò al ruolo di mogliettina tutta casa e marito, rinunciando presto alla carriera di giornalista e passando le giornate a nuotare in piscina e a godersi i magic moments di Ernesto, che quando non era ciucco (cioè quasi mai) la portava tre metri sopra il cielo…peccato che per la maggior parte del tempo bevesse come una spugna, e allora i magic moments diventavano moments di merda.

Oltretutto, si sa, il lupo perde il pelo ma non il vizio, e in barba al quarto matrimonio Hemingway si innamorò di nuovo, stavolta di una fresca diciottenne, la contessina Adriana Ivancich, di origini dalmate. La loro relazione durò per più di cinque anni, e forse fu soltanto platonica, forse no, ma servì se non altro a far rinascere l’ispirazione in Ernesto, che non produceva libri decenti da quasi un decennio, tanto che la critica lo dava per spacciato. In tutto ciò Mary se ne stava difilata, e a tal proposito nelle sue memorie scrive:

“I tuoi insulti, la tua insolenza mi feriscono (…) ma nonostante tutto ti amo (…). Così fai pure tutto quello che vuoi per spingermi a lasciarti ma non ci riuscirai. Qualunque cosa tu dica o faccia resterò qui a dirigere la tua casa (…) fino al giorno che verrai sobrio al mattino, a dirmi con sincerità e chiarezza che vuoi che io ti lasci.”

Uhm. Vero amore? O accanimento terapeutico?

Beh, in ogni caso, o Hemingway non voleva essere lasciato o non gli capitò più di essere sobrio, perché non disse mai a Mary queste parole. Del resto, ebbe ben altro a cui pensare che a un ulteriore divorzio. Dopo la fine del legame con Adriana, nel 1955, lo scrittore dovette combattere contro la depressione, malattia per la quale si sottopose anche a diversi elettroshock. Aggiungiamoci parecchie complicazioni fisiche, tra cui nefrite, epatite, pressione alta, allucinazioni, vuoti di memoria, il tutto aggravato da alcol a volontà e crisi maniaco-depressive, a causa delle quali Hemingway a un certo punto si convinse di essere pedinato e intercettato dall’FBI. Era talmente ossessionato da quest’idea che per mesi e mesi non parlò d’altro, e sia gli amici che la moglie ormai non ne potevano più: quasi quasi lo preferivano quand’era ubriaco.

Il 2 luglio del 1961 Mary venne svegliata all’improvviso dal rumore di uno sparo: il povero Ernesto si era suicidato con uno dei fucili che usava per andare a caccia. Per anni la donna si ostinò a sostenere che si era trattato di un incidente e soltanto nel 1966 ammise l’amara verità…

…the end.

Con questa botta di allegria ci lasciamo, e se vi va di approfondire un po’ vi consiglio il libro “Quando amavamo Hemingway”, di Naomi Wood, nel quale l’autrice immagina che ognuna delle mogli del famoso scrittore racconti la sua personale versione degli amorosi fatti…lui, ovviamente, ne vien fuori malissimo.

Aforisma di rito:

«Morire è una cosa molto semplice. Ho guardato la morte e lo so davvero. Se avessi dovuto morire sarebbe stato molto facile. Proprio la cosa più facile che abbia mai fatto… E come è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora disillusa, andarsene in un bagliore di luce, che avere il corpo consunto e vecchio e le illusioni disperse.»

N.B.: comunque Ernesto aveva ragione: dopo la sua morte l’FBI ammise di averlo intercettato e tenuto sotto controllo per via della sua attività di corrispondente di guerra e perché sospettato di controspionaggio…e lo chiamavano pazzo.

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