Caterina de’ Medici ovvero la Chiara Ferragni del Cinquecento

Su suggerimento dell’amica blogger Claudia, creatrice del blog Keep calm and drink cooffee, oggi vi parlo di quella che è da considerarsi una delle più celebri influencer del Cinquecento, ovvero Caterina Maria Romula di Lorenzo de’ Medici, meglio nota come Caterina de’ Medici. Il cognome non può ingannare: si tratta infatti della figlia del famoso Lorenzo de’ Medici, altrimenti detto Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze dal millequattrocentoaqualcosa…ma io me lo ricordo più che altro per il ritornello di quella poesia tanto simpatica che veniva quasi da cantarla:

“Quant’è bella giovinezza,/che si fugge tuttavia!/

Chi vuol esser lieto sia:/del doman non v’è certezza.”

Ed è proprio il Magnifico che dobbiamo ringraziare per aver contribuito alla nascita della nostra Caterina, che ugualmente dobbiamo ringraziare per aver portato a conoscenza del mondo l’antenato del gelato…e tante altre cose buone, e ovviamente iper-mega-caloriche.

Ma cominciamo dall’inizio.

Un’infanzia spericolata

Caterina nasce nel 1519 dall’unione tra Lorenzo de’ Medici e la contessa francese Maddalena de La Tour d’Auvergne. La bambina fa appena in tempo ad emettere tre vagiti e mezzo scarsi che la madre muore per complicazioni post-parto, seguita un mese dopo dal padre, affetto da sifilide. Chi ben comincia…

…peggio continua. Infatti la piccola per un bel po’ d’ anni viene sballottata da un monastero all’altro, a seconda di quanto la famigli de’ Medici stesse sul cazzo al potente di turno – all’epoca le città cambiavano signore con la stessa velocità con cui il mio cane si dimentica di aver mangiato -, rischiando di venire ammazzata una settimana sì e l’altra pure. Questa infanzia spericolata termina quando suo cugino, Clemente VII, viene eletto papa, e da lì in poi la situazione migliora.

Alla sopravvissuta non resta che combinare un matrimonio vantaggioso, e in fretta, prima che uno dei numerosi nemici della famiglia si risvegli dal letargo e decida di farla fuori. Clemente VII non perde tempo e, dopo aver valutato un po’ di candidati, decide di maritarla nientemeno che al futuro re di Francia, il quattordicenne Enrico, duca d’Orleans.

In vista delle nozze Caterina fa i compiti a casa: impara a parlare il francese perfettamente e organizza la brigata con la quale partirà alla volta della Francia. Se infatti immaginate la corte francese come un luogo sciccosissimo e raffinato, beh, immaginate male. I francesi se la tiravano alla grande ma senza motivo, dato che erano sporchi, mangiavano con le mani e la nouvelle cuisine sarebbe arrivata soltanto di lì a qualche secolo dopo…pertanto il massimo delle specialità culinarie nel Cinquecento era rappresentato dal pollo arrosto e dai cetrioli in salamoia.

Sua maestà il sorbetto

In Italia invece già allora si mangiava discretamente, e Caterina non aveva idea di cosa diavolo fossero i cetrioli in salamoia né era intenzionata a capirlo e a rinunciare alla dieta mediterranea per farsi venire una gastrite fulminante in quel di Parigi. Così si imbarca insieme ad un equipaggio composto da un esercito di cuochi di fiducia, compreso un certo signor Ruggeri, che cuoco non era bensì pollivendolo nonché creatore del “ghiaccio all’acqua inzuccherata e profumata”…sembrerebbe quasi una cosa dietetica, in realtà trattasi semplicemente del sorbetto, o meglio, del suo antenato. Il Ruggeri l’aveva ideato in occasione della partecipazione ad una gara che prevedeva l’invenzione di un piatto super-originale, e inutile specificare che tutti gli avversari erano stati sbaragliati. Caterina, colpita e deliziata da questa prelibatezza, pretende che Ruggeri la segua in Francia, ma il poveretto chiede umilmente di poter restare a Firenze con i suoi polli; la contessina quindi decide non tanto diplomaticamente di farlo rapire dai suoi soldati, e ciao ciao Firenze e ciao polli.

Va precisato che il sorbetto piace tanto alla corte francese, veramente tanto, ma talmente tanto che i cuochi di corte, accecati dall’invidia nei confronti del suo creatore, prendono l’abitudine di mandare degli scagnozzi a legnarlo per benino. Ruggeri alla fine, prima che dalle legnate si passi alla celebrazione del suo funerale, scrive la ricetta del maledetto sorbetto, la invia a Caterina e con tanti cari saluti se ne torna di gran carriera in Italia.

Non si può vivere di solo sorbetto, quindi la de’ Medici e il suo entourage introducono a corte anche, udite-udite, la besciamella, i carciofi, la zuppa di cipolle, l’anatra all’arancia, le crespelle (francesizzate poi in “omelette”) e quella bomba calorica rappresentata dallo zuccotto. Tra l’altro i francesi, come ho detto prima, mangiavano con le mani, oltretutto mischiando dolce e salato…roba che magari li potevi vedere intingere un cosciotto di pavone arrostito nella crema chantilly. Fortunatamente arriva Caterina con le forchette, e mica delle forchette qualunque: sono delle autentiche opere d’arte, disegnate da Benvenuto Cellini, orafo e scultore appassionato di omicidi, che quando non era occupato ad ammazzare gente creava dei veri e propri capolavori (ho raccontato la sua storia qui).

Eau de toilette

Non di soli cuochi si era premunita Caterina. I francesi, oltre al fatto di essere indietro in merito alle questioni culinarie, puzzavano, e non poco, al punto che quando Caterina si ritrovò davanti il marito Enrico il giorno delle nozze lo trovò molto carino ma, ahimè, piuttosto olezzante. Per fortuna aveva portato con sé il signor Renato Bianco, che venne poi battezzato come René le Florentin (ah, questi francesi), esperto profumiere che esplorò la Francia alla ricerca del materiale adatto a creare i profumi per la sua signora, profumi che poi Caterina faceva solidificare e inserire in dei ciondoli da portare appesi a una collana…insomma, dei deodoranti ambulanti da spalmare all’occasione, e di occasioni a quanto sembra ce n’erano parecchie.

Caterina de’ Medici collection

Nonostante le numerose innovazioni Caterina non viene accolta benissimo a Parigi, anzi. Intanto è criticata per l’aspetto fisico (ehm, vedi polemica per la modella di Gucci Armine: i corsi e ricorsi storici e l’imbecillità non hanno mai fine), e definita “grassa bottegaia fiorentina”. In effetti per i canoni estetici del periodo la giovane non era abbastanza alta né abbastanza magra, con un viso un po’ spigoloso, dagli occhi sporgenti e il naso importante.

Ma Caterina ne sapeva una più dei francesi, e per ovviare al “problema” della bassa statura in seguito progetta insieme a un artigiano fiorentino le prime scarpe col tacco a spillo della storia, tacco alto ben dieci centimetri. Il marito Enrico non ne rimane granché affascinato, tuttavia la prima notte di nozze viene consumata con notevole fervore, sotto l’occhio attento del re di Francia e di papa Clemente VII che dichiarano che “ciascuno di loro si era dimostrato gagliardo nel certame”.

Pur non essendo particolarmente amata, Caterina era imitatissima dall’intera Francia, e dettava legge in fatto di cucina ma soprattutto di moda. Per esempio quando il marito Enrico muore, nel 1559, la donna decide che da quel momento in poi indosserà il nero in segno di lutto, contrariamente alle usanze del paese che prevedevano l’utilizzo di indumenti bianchi. Come sappiamo, il nero ha poi soppiantato definitivamente il bianco, e poi si sa, sfina, sta bene a tutti e se ti sbrodoli come puntualmente faccio io quando addento qualcosa, non si nota più di tanto.

Le briglie da culo

Un’altra innovazione per la quale dobbiamo tanta, ma tanta gratitudine a Caterina è sua signoria la Mutanda. Personalmente non riesco a immaginare una vita senza mutande e senza Gyno Canesten, ma chissà, magari le patate cinquecentesche erano meno sensibili. Ad ogni modo la de’ Medici forse qualche fastidio lo avvertiva, specialmente quando doveva trottare a cavallo. Per rendere più comoda la cavalcata elabora innanzitutto un nuovo modo di stare sedute in sella, studiato appositamente per le donne che, poverette, non potevano mettersi a cavalcioni come gli uomini – all’epoca era considerato scandaloso! – Quindi Caterina pensa ad una cavalcata “all’amazzone” un po’ modificata: inserisco una foto perché poi da quella capirete meglio l’importanza di indossare le mutande (oltre al fattore-igiene, intendo).

In pratica nella cavalcata all’amazzone classica (si veda foto sopra) entrambe le gambe poggiavano su un lato della sella, con la sinistra inserita nella staffa e la destra un po’ sollevata. Tramite le modifiche di Caterina la gamba destra, solitamente appoggiata sulla sella, diventa quasi orizzontale, andando a formare una sorta di angolo retto con la sinistra, ampliando il rischio che le gonne si aprissero e facessero intravedere tutto l’ambaradan e la cavalcata si trasformasse in una puntata di “Siamo fatti così”. Per risolvere la sconveniente questione la donna ha l’idea di creare appunto le mutande, denominate in maniera oserei dire più che azzeccata, “briglie da culo”. Inizialmente in cotone o fustagno, le suddette subito conquistarono le donne francesi, che col tempo le impreziosirono con inserti d’oro e argento e le resero uno strumento di seduzione.

Bene, al grido di “Viva le mutande (o briglie da culo che dir si voglia)” mi congedo, riconoscente a Caterina per tutte le innovazioni qui elencate, eccezion fatta per la besciamella, che detesto, mentre lo zuccotto in realtà non l’ho mai assaggiato ma essendo pieno di zucchero dubito non possa piacermi.

Per saperne di più date uno sguardo a You Tube, ci sono un po’ di video carini e nemmeno troppo lunghi…soprattutto se volete capire meglio la storia della cavalcata all’amazzone modificata, che ho cercato di spiegare nel modo meno approssimativo possibile ma confesso di non essere ancora sicura di aver capito bene nemmeno io.

Au revoir!

4 pensieri su “Caterina de’ Medici ovvero la Chiara Ferragni del Cinquecento

  1. Caterina de Medici è un personaggio che nonostante la leggenda nera ho nel cuore per tanti motivi.
    Il primo si perde nella notte dei tempi, perché nel Carnevale del 1986 feci tutto quanto in mio potere per vestirmi da Caterina (con l’abito del suo matrimonio ritratto da Jacopo Empoli). Nulla da fare, l abito, che esisteva davvero, era introvabile.
    Secondo, ovviamente qua in Toscana la famiglia Medici è giustamente e profusamente omaggiata, e io ho dato persino un intero esame all’università sui due matrimoni delle regine Medici di Francia, Caterina e Maria. Abiti, decorazioni, feste, cibi… Per forza di cose mi ci sono affezionata.
    Ultimo ma non ultimo, il fatto che io stessa, a mia volta, sono una grassa “bottegaia fiorentina
    “.

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